CESARE PAVESE.
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Dialoghi con Leuc.
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1960. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908. Torino, 27 agosto 1950)  stato uno scrittore, poeta, traduttore e critico letterario italiano.
 considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del Ventesimo secolo ed  senza dubbio uno degli autori pi importanti e sorprendenti della letteratura italiana, un interprete importante del Novecento, attento alla realt popolare e contadina, ma anche aperto alle altre letterature europee. Fu tra i primi a interessarsi alla letteratura statunitense, di cui fu anche traduttore. La sua scrittura sa essere allo stesso tempo coinvolgente per le vicende che racconta e profonda per il suo continuo scavo nellanimo umano.
Nel 1934 prende il posto di Leone Ginzburg, arrestato dalla polizia fascista, alla direzione della rivista La Cultura e inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi.
Nel 1935  Viene arrestato per i suoi rapporti con il gruppo antifascista Giustizia e Libert e viene inviato al confino per un anno a Brancaleone Calabro. Nel 1945 si iscrive al Partito Comunista e collabora al giornale LUnit. In questi anni approfondisce la riflessione sul mito e sul folklore. A giugno del 1950 vince il Premio Strega per La Bella estate. In agosto viene ritrovato morto suicida.
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Dialoghi con Leuc.
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Potendo si sarebbe volentieri fatto a meno di tanta mitologia. Ma siamo convinti che il mito  un linguaggio, un mezzo espressivo cio non qualcosa di arbitrario ma un vivaio di simboli cui appartiene, come a tutti i linguaggi, una particolare sostanza di significati che null'altro potrebbe rendere. Quando ripetiamo un nome proprio, un gesto, un prodigio mitico, esprimiamo in mezza riga, in poche sillabe, un fatto sintetico e comprensivo, un midollo di realt che vivifica e nutre tutto un organismo di passione, di stato umano, tutto un complesso concettuale. Se poi questo nome, questo gesto ci  familiare fin dall'infanzia, dalla scuola tanto meglio. L'inquietudine  pi vera e tagliente quando sommuove una materia consueta. Qui ci siamo accontentati di servirci di miti ellenici data la perdonabile voga popolare di questi miti, la loro immediata e tradizionale accettabilit. Abbiamo orrore di tutto ci che  incomposto, eteroclito, accidentale e cerchiamo anche materialmente di limitarci, di darci una cornice, d'insistere su una conclusa presenza. Siamo convinti che una grande rivelazione pu uscire soltanto dalla testarda insistenza su una stessa difficolt. Non abbiamo nulla in comune coi viaggiatori, gli sperimentatori, gli avventurieri. Sappiamo che il pi sicuro e pi rapido modo di stupirci  di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest'oggetto ci sembrer miracoloso di non averlo visto mai. 
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La nube.
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Che Issione finisse nel Tartaro per la sua audacia,  probabile. Falso invece che generasse i Centauri dalle nuvole. Costoro eran gi un popolo al tempo delle nozze di suo figlio. Lapiti e Centauri escono da quel mondo titanico, in cui era consentito alle nature pi diverse di mischiarsi, e spesseggiavano quei mostri contro i quali l'Olimpo sar poi implacabile.
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(parlano la Nube e Issione).
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LA NUBE. C' una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.
ISSIONE. Quass la legge non arriva, Nefele. Qui la legge  il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe,  troppo bello per pensarci ancora.
LA NUBE. C' una legge, Issione, che prima non c'era. Le nubi le aduna una mano pi forte.
ISSIONE. Qui non arriva questa mano. Tu stessa, adesso che  sereno, ridi. E quando il cielo s'oscura e urla il vento, che importa la mano che ci sbatte come gcciole? Accadeva gi ai tempi che non c'era padrone. Nulla  mutato sopra i monti. Noi siamo avvezzi a tutto questo.
LA NUBE. Molte cose son mutate sui monti. Lo sa il Pelio, lo sa l'Ossa e l'Olimpo. Lo sanno monti pi selvaggi ancora.
ISSIONE. E che cosa  mutato, Nefele, sui monti?
LA NUBE. N il sole n l'acqua, Issione. La sorte dell'uomo,  mutata. Ci sono dei mostri. Un limite  posto a voi uomini. L'acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son pi cosa vostra, non potete pi stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo. C' una legge, Issione.
ISSIONE. Quale legge?
LA NUBE. Gi lo sai. La tua sorte, il limite...
ISSIONE. La mia sorte l'ho in pugno, Nefele. Che cosa  mutato? Questi nuovi padroni posson forse impedirmi di scagliare un macigno per gioco? o di scendere nella pianura e spezzare la schiena a un nemico? Saranno loro pi terribili della stanchezza e della morte?
LA NUBE. Non  questo, Issione. Tutto ci lo puoi fare e altro ancora. Ma non puoi pi mischiarti a noialtre, le ninfe delle polle e dei monti, alle figlie del vento, alle dee della terra.  mutato il destino.
ISSIONE. Non puoi pi... Che vuol dire, Nefele?
LA NUBE. Vuol dire che, volendo far questo, faresti invece delle cose terribili. Come chi, per carezzare un compagno, lo strozzasse o ne venisse strozzato.
ISSIONE. Non capisco. Non verrai pi sulla montagna? Hai paura di me?
LA NUBE. Verr sulla montagna e dovunque. Tu non puoi farmi nulla, Issione. Non puoi far nulla contro l'acqua e contro il vento. Ma devi chinare la testa. Solamente cos salverai la tua sorte.
ISSIONE. Tu hai paura, Nefele.
LA NUBE. Ho paura. Ho veduto le cime dei monti. Ma non per me, Issione. Io non posso patire. Ho paura per voi che non siete che uomini. Questi monti che un tempo correvate da padroni, queste creature nostre e tue generate in libert, ora tremano a un cenno. Siamo tutti asserviti a una mano pi forte. I figli dell'acqua e del vento, i centauri, si nascondono in fondo alle forre. Sanno di essere mostri.
ISSIONE. Chi lo dice?
LA NUBE. Non sfidare la mano, Issione.  la sorte. Ne ho veduti di audaci pi di loro e di te precipitare dalla rupe e non morire. Capiscimi, Issione. La morte, ch'era il vostro coraggio, pu esservi tolta come un bene. Lo sai questo?
ISSIONE. Me l'hai detto altre volte. Che importa? Vivremo di pi.
LA NUBE. Tu giochi e non conosci gli immortali.
ISSIONE. Vorrei conoscerli, Nefele.
LA NUBE. Issione, tu credi che sian presenze come noi, come la Notte, la Terra o il vecchio Pan. Tu sei giovane, Issione, ma sei nato sotto il vecchio destino. Per te non esistono mostri ma soltanto compagni. Per te la morte  una cosa che accade, come il giorno e la notte. Tu sei uno di noi, Issione. Tu sei tutto nel gesto che fai. Ma per loro, gli immortali, i tuoi gesti hanno un senso che si prolunga. Essi tastano tutto da lontano con gli occhi, le narici, le labbra. Sono immortali e non san vivere da soli. Quello che tu compi o non compi, quel che dici, che cerchi tutto a loro contenta o dispiace. E se tu li disgusti se per errore li disturbi nel loro Olimpo ti piombano addosso, e ti dnno la morte quella morte che loro conoscono, ch' un amaro sapore che dura e si sente.
ISSIONE. Dunque si pu ancora morire.
LA NUBE. No, Issione. Faranno di te come un'ombra, ma un'ombra che rivuole la vita e non muore mai pi.
ISSIONE. Tu li hai veduti questi di?
LA NUBE. Li ho veduti... O Issione, non sai quel che chiedi.
ISSIONE. Anch'io ne ho veduti, Nefele. Non sono terribili.
LA NUBE. Lo sapevo. La tua sorte  segnata. Chi hai visto?
ISSIONE. Come posso saperlo? Era un giovane, che traversava la foresta a piedi nudi. Mi pass accanto e non mi disse una parola. Poi davanti a una rupe scomparve. Lo cercai a lungo per chiedergli chi era lo stupore mi aveva inchiodato. Sembrava fatto della stessa carne tua.
LA NUBE. Hai veduto lui solo?
ISSIONE. Poi in sogno l'ho rivisto con le dee. E mi parve di stare con loro, di parlare e di ridere con loro. E mi dicevano le cose che tu dici, ma senza paura, senza tremare come te. Parlammo insieme del destino e della morte. Parlammo dell'Olimpo, ridemmo dei ridicoli mostri...
LA NUBE. O Issione, Issione, la tua sorte  segnata. Adesso sai cos' mutato sopra i monti. E anche tu sei mutato. E credi di essere qualcosa pi di un uomo. 
ISSIONE. Ti dico, Nefele, che tu sei come loro. Perch, almeno in sogno, non dovrebbero piacermi?
LA NUBE. Folle, non puoi fermarti ai sogni. Salirai fino a loro. Farai qualcosa di terribile. Poi verr quella morte.
ISSIONE. Dimmi i nomi di tutte le dee.
LA NUBE. Lo vedi che il sogno non ti basta gi pi? E che credi al tuo sogno come fosse reale? Io ti supplico, Issione, non salire alla vetta. Pensa ai mostri e ai castighi. Altro da loro non pu uscire.
ISSIONE. Ho fatto ancora un altro sogno questa notte. C'eri anche tu, Nefele. Combattevamo coi Centauri. Avevo un figlio ch'era il figlio di una dea, non so quale. E mi pareva quel giovane che travers la foresta. Era pi forte anche di me, Nefele. I centauri fuggirono, e la montagna fu nostra. Tu ridevi, Nefele. Vedi che anche nel sogno, la mia sorte  accettabile.
LA NUBE. La tua sorte  segnata. Non si sollevano impunemente gli occhi a una dea.
ISSIONE. Nemmeno a quella della quercia, la signora delle cime?
LA NUBE. L'una o l'altra, Issione, non importa. Ma non temere. Star con te fino alla fine.
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La Chimera.
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Volentieri i giovani greci andavano a illustrarsi e morire in Oriente. Qui la loro virtuosa baldanza navigava in un mare di favolose atrocit cui non tutti seppero tener testa. Inutile far nomi. Del resto le Crociate furono molte pi di sette. Della tristezza che consunse nei tardi anni l'uccisore della Chimera, e del nipote Sarpedonte che mor giovane sotto Troia, ci parla nientemeno che Omero nel sesto dell'Iliade.
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(parlano Ipploco e Sarpedonte).
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IPPLOCO. Eccoti, ragazzo.
SARPEDONTE. Ho veduto tuo padre, Ipploco. Non vuol saperne di tornare. Passeggia brutto e testardo le campagne, e non cura le intemperie, n si lava.  vecchio e pezzente, Ipploco.
IPPLOCO. Di lui che dicono i villani?
SARPEDONTE. Il campo Aleio  desolato, zio. Non ci sono che canne e paludi. Sul Xanto dove ho chiesto di lui, non l'avevano visto da giorni.
IPPLOCO. E lui che dice?
SARPEDONTE. Non ricorda n noi n le case. Quando incontra qualcuno, gli parla dei Slimi, e di Glauco, di Ssifo, della Chimera. Vedendomi ha detto: "Ragazzo, s'io avessi i tuoi anni, mi sarei gi buttato a mare". Ma non minaccia anima viva. "Ragazzo" mi ha detto, "tu sei giusto e pietoso. Siamo uomini giusti e pietosi. Se vuoi vivere giusto e pietoso, smetti di vivere".
IPPLOCO. Davvero brontola e rimpiange a questo modo?
SARPEDONTE. Dice cose minacciose e terribili. Chiama gli di a misurarsi con lui. Giorno e notte, cammina. Ma non ingiuria n compiange che i morti o gli di.
IPPLOCO. Glauco e Ssifo, hai detto?
SARPEDONTE. Dice che furono puniti a tradimento. Perch aspettare che invecchiassero, per sorprenderli tristi e caduchi? "Bellerofonte" dice, "fu giusto e pietoso fin che il sangue gli corse nei muscoli. E adesso che  vecchio e che  solo, proprio adesso gli di l'abbandonano?"
IPPLOCO. Strana cosa, stupirsi di questo. E accusare gli di di ci che tocca a tutti i vivi. Ma lui che cosa ha di comune con quei morti lui che fu sempre giusto?
SARPEDONTE. Ascolta, Ipploco... Anch'io mi son chiesto, vedendo quell'occhio smarrito, se parlavo con l'uomo che un tempo fu Bellerofonte. A tuo padre  accaduto qualcosa. Non  vecchio soltanto. Non  soltanto triste e solo. Tuo padre sconta la Chimera.
IPPLOCO. Sarpedonte, sei folle?
SARPEDONTE. Tuo padre accusa l'ingiustizia degli di che hanno voluto che uccidesse la Chimera. "Da quel giorno" ripete, "che mi sono arrossato del sangue del mostro, non ho pi avuto vita vera. Ho cercato nemici, domato le Amazzoni, fatto strage dei Slimi, ho regnato sui Lici e piantato un giardino ma cos' tutto questo? Dov' un'altra Chimera? Dov' la forza delle braccia che l'uccisero? Anche Ssifo e Glauco mio padre furon giovani e giusti poi entrambi invecchiando, gli di li tradirono, li lasciarono imbestiarsi e morire. Chi una volta affront la Chimera, come pu rassegnarsi a morire?" Questo dice tuo padre, che fu un giorno Bellerofonte.
IPPLOCO. Da Ssifo, che incaten il fanciullo Tnatos, a Glauco che nutriva i cavalli con uomini vivi, la nostra stirpe ne ha violati di confini. Ma questi son uomini antichi e di un tempo mostruoso. La Chimera fu l'ultimo mostro che videro. La nostra terra ora  giusta e pietosa.
SARPEDONTE. Tu credi, Ipploco? Credi che basti averla uccisa? Nostro padre lo posso chiamare cos dovrebbe saperlo. Eppure  triste come un dio come un dio derelitto e canuto, e attraversa campagne e paludi parlando a quei morti.
IPPLOCO. Ma che cosa gli manca, che cosa?
SARPEDONTE. Gli manca il braccio che l'ha uccisa. Gli manca l'orgoglio di Glauco e di Ssifo, proprio adesso che come i suoi padri  giunto al limite, alla fine. La loro audacia lo travaglia. Sa che mai pi un'altra Chimera lo aspetter in mezzo alle rupi. E chiama alla sfida gli di.
IPPLOCO. Sono suo figlio, Sarpedonte, ma non capisco queste cose. Sulla terra ormai fatta pietosa si dovrebbe invecchiare tranquilli. In un giovane, quasi un ragazzo, come te Sarpedonte, capisco il tumulto del sangue. Ma solo in un giovane. Ma per cause onorate. E non mettersi contro gli di.
SARPEDONTE. Ma lui sa cos' un giovane e un vecchio. Ha veduto altri giorni. Ha veduto gli di, come noi ci vediamo. Narra cose terribili.
IPPLOCO. Hai potuto ascoltarlo?
SARPEDONTE. O Ipploco, e chi non vorrebbe ascoltarlo? Bellerofonte ha visto cose che non accadono sovente.
IPPLOCO. Lo so, Sarpedonte, lo so, ma quel mondo  passato. Quand'ero bambino, le narrava anche a me.
SARPEDONTE. Solamente che allora non parlava coi morti. A quel tempo eran favole. Oggi invece i destini che tocca diventano il suo.
IPPLOCO. E che cosa racconta?
SARPEDONTE. Sono fatti che sai. Ma non sai la freddezza, lo sguardo smarrito, come di chi non  pi nulla e sa ogni cosa. Sono storie di Lidia e di Frigia, storie vecchie, senza giustizia n piet. Conosci quella del Sileno che un dio provoc alla sconfitta sul monte Celene, e poi uccise macellandolo, come il beccaio ammazza un capro? Dalla grotta ora sgorga un torrente come fosse il suo sangue. La storia della madre impietrata, fatta rupe che piange, perch piacque a una dea di ucciderle i figli a uno a uno, a frecciate? E la storia di Aracne, che per l'odio di Atena inorrid e divenne ragno? Sono cose che accaddero. Gli di le hanno fatte.
IPPLOCO. E sta bene. Che importa? Non serve pensarci. Di quei destini non rimane nulla.
SARPEDONTE. Rimane il torrente, la rupe, l'orrore. Rimangono i sogni. Bellerofonte non pu fare un passo senza urtare un cadavere, un odio, una pozza di sangue, dei tempi che tutto accadeva e non erano sogni. Il suo braccio a quel tempo pesava nel mondo e uccideva.
IPPLOCO. Anche lui fu crudele, dunque.
SARPEDONTE. Era giusto e pietoso. Uccideva Chimere. E adesso che  vecchio e che  stanco, gli di l'abbandonano.
IPPLOCO. Per questo corre le campagne?
SARPEDONTE.  figliolo di Glauco e di Ssifo. Teme il capriccio e la ferocia degli di. Si sente imbestiare e non vuole morire. "Ragazzo" mi dice, "quest' la beffa e il tradimento: prima ti tolgono ogni forza e poi si sdegnano se tu sarai meno che uomo. Se vuoi vivere, smetti di vivere..."
IPPLOCO. E perch non si uccide, lui che sa queste cose?
SARPEDONTE. Nessuno si uccide. La morte  destino. Non si pu che augurarsela, Ipploco.
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I ciechi.
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Non c' vicenda di Tebe in cui manchi il cieco indovino Tiresia. Poco dopo questo colloquio cominciarono le sventure di Edipo, vale a dire, gli si aprirono gli occhi, e lui stesso se li crep dall'orrore.
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(parlano Edipo e Tiresia).
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EDIPO. Vecchio Tiresia, devo credere a quel che si dice qui in Tebe, che ti hanno accecato gli di per loro invidia?
TIRESIA. Se  vero che tutto ci viene da loro, devi crederci.
EDIPO. Tu che dici?
TIRESIA. Che degli di si parla troppo. Esser cieco non  una disgrazia diversa da esser vivo. Ho sempre visto le sventure toccare a suo tempo dove dovevano toccare.
EDIPO. Ma allora gli di che ci fanno?
TIRESIA. Il mondo  pi vecchio di loro. Gi riempiva lo spazio e sanguinava, godeva, era l'unico dio quando il tempo non era ancor nato. Le cose stesse, regnavano allora. Accadevano cose adesso attraverso gli di tutto  fatto parole, illusione, minaccia. Ma gli di posson dare fastidio, accostare o scostare le cose. Non toccarle, non mutarle. Sono venuti troppo tardi.
EDIPO. Proprio tu, sacerdote, dici questo?
TIRESIA. Se non sapessi almeno questo, non sarei sacerdote. Prendi un ragazzo che si bagna nell'Asopo.  un mattino d'estate. Il ragazzo esce dall'acqua, ci ritorna felice, si tuffa e rituffa. Gli prende male e annega. Che cosa c'entrano gli di? Dovr attribuire agli di la sua fine, oppure il piacere goduto? N l'uno n l'altro.  accaduto qualcosa che non  bene n male, qualcosa che non ha nome gli daranno poi un nome gli di.
EDIPO. E dar il nome, spiegare le cose, ti par poco, Tiresia?
TIRESIA. Tu sei giovane, Edipo, e come gli di che sono giovani rischiari tu stesso le cose e le chiami. Non sai ancora che sotto la terra c' roccia e che il cielo pi azzurro  il pi vuoto. Per chi come me non ci vede, tutte le cose sono un urto, non altro.
EDIPO. Ma sei pure vissuto praticando gli di. Le stagioni, i piaceri, le miserie umane ti hanno a lungo occupato. Si racconta di te pi di una favola, come di un dio. E qualcuna cos strana, cos insolita, che dovr pure avere un senso magari quello delle nuvole nel cielo.
TIRESIA. Sono molto vissuto. Sono vissuto tanto che ogni storia che ascolto mi pare la mia. Che senso dici delle nuvole nel cielo?
EDIPO. Una presenza dentro il vuoto...
TIRESIA. Ma qual' questa favola che tu credi abbia un senso?
EDIPO. Sei sempre stato quel che sei, vecchio Tiresia?
TIRESIA. Ah ti afferro. La storia dei serpi. Quando fui donna per sette anni. Ebbene, che ci trovi in questa storia?
EDIPO. A te  accaduto e tu lo sai. Ma senza un dio queste cose non accadono.
TIRESIA. Tu credi? Tutto pu accadere sulla terra. Non c' nulla d'insolito. A quel tempo provavo disgusto delle cose del sesso mi pareva che lo spirito, la santit, il mio carattere, ne fossero avviliti. Quando vidi i due serpi godersi e mordersi sul muschio, non potei trattenere il mio dispetto: li toccai col bastone. Poco dopo, ero donna e per anni il mio orgoglio fu costretto a subire. Le cose del mondo sono roccia, Edipo.
EDIPO. Ma  davvero cos vile il sesso della donna?
TIRESIA. Nient'affatto. Non ci sono cose vili se non per gli di. Ci sono fastidi, disgusti e illusioni che, toccando la roccia, dileguano. Qui la roccia fu la forza del sesso, la sua ubiquit e onnipresenza sotto tutte le forme e i mutamenti. Da uomo a donna, e viceversa (sett'anni dopo rividi i due serpi), quel che non volli consentire con lo spirito mi venne fatto per violenza o per libidine, e io, uomo sdegnoso o donna avvilita, mi scatenai come una donna e fui abbietto come un uomo, e seppi ogni cosa del sesso: giunsi al punto che uomo cercavo gli uomini e donna le donne.
EDIPO. Vedi dunque che un dio ti ha insegnato qualcosa.
TIRESIA. Non c' dio sopra il sesso.  la roccia, ti dico. Molti di sono belve, ma il serpe  il pi antico di tutti gli di. Quando si appiatta nella terra, ecco hai l'immagine del sesso. C' in esso la vita e la morte. Quale dio pu incarnare e comprendere tanto?
EDIPO. Ma tu stesso. L'hai detto.
TIRESIA. Tiresia  vecchio e non  un dio. Quand'era giovane, ignorava. Il sesso  ambiguo e sempre equivoco.  una met che appare un tutto. L'uomo arriva a incarnarselo, a viverci dentro come il buon nuotatore nell'acqua, ma intanto  invecchiato, ha toccato la roccia. Alla fine un'idea, un'illusione gli resta: che l'altro sesso ne esca sazio. Ebbene, non crederci: io so che per tutti  una vana fatica.
EDIPO. Ribattere a quanto tu dici non  facile. Non per nulla la tua storia comincia coi serpi. Ma comincia pure col disgusto, col fastidio del sesso. E che diresti a un uomo valido che ti giurasse d'ignorare il disgusto?
TIRESIA. Che non  un uomo valido  ancora un bambino.
EDIPO. Anch'io, Tiresia, ho fatto incontri sulla strada di Tebe. E in uno di questi si  parlato dell'uomo dall'infanzia alla morte si  toccata la roccia anche noi. Da quel giorno fui marito e fui padre, e re di Tebe. Non c' nulla d'ambiguo o di vano, per me, nei miei giorni.
TIRESIA. Non sei il solo, Edipo, a creder questo. Ma la roccia non si tocca a parole. Che gli di ti proteggano. Anch'io ti parlo e sono vecchio. Soltanto il cieco sa la tenebra. Mi pare di vivere fuori del tempo, di esser sempre vissuto, e non credo pi ai giorni. Anche in me c' qualcosa che gode e che sanguina.
EDIPO. Dicevi che questo qualcosa era un dio. Perch, buon Tiresia, non provi a pregarlo?
TIRESIA. Tutti preghiamo qualche dio, ma quel che accade non ha nome. Il ragazzo annegato un mattino d'estate, cosa sa degli di? Che gli giova pregare? C' un grosso serpe in ogni giorno della vita, e si appiatta e ci guarda. Ti sei mai chiesto, Edipo, perch gli infelici invecchiandosi accecano?
EDIPO. Prego gli di che non mi accada.
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Le cavalle.
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Di Ermete, dio ambiguo tra la vita e la morte, tra il sesso e lo spirito, fra i Titani e gli di dell'Olimpo, non  il caso di parlare. Ma che cosa significhi che il buon medico Asclepio esca da un mondo di divine metamorfosi bestiali, vale invece la pena di dirlo.
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(parlano Ermete ctonio e il centauro Chirone).
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ERMETE. Il Dio ti chiede di allevare questo figlio, Chirone. Gi sai della morte della bella Cornide. L'ha strappato il Dio dalle fiamme e dal grembo di lei con le mani immortali. Io fui chiamato presso il triste corpo umano che gi ardeva i capelli avvampavano come paglia di grano. Ma l'ombra nemmeno mi attese. Con un salto, dal rogo scomparve nell'Ade.
CHIRONE. Torn puledra nel trapasso?
ERMETE. Cos credo. Ma le fiamme e le vostre criniere si somigliano troppo. Non feci in tempo a sincerarmene. Dovetti afferrare il bambino per portarlo quass.
CHIRONE. Bimbetto, era meglio se restavi nel fuoco. Tu non hai nulla di tua madre se non la triste forma umana. Tu sei figliolo di una luce abbacinante ma crudele, e dovrai vivere in un mondo di ombra esangue e angosciosa, di carne corrotta, di sospiri e di febbri tutto ti viene dal Radioso. La stessa luce che ti ha fatto frugher il mondo, implacabile, e dappertutto ti mostrer la tristezza, la piaga, la vilt delle cose. Su di te veglieranno i serpenti.
ERMETE. Certo il mondo di ieri  scaduto se anche i serpenti son passati alla Luce. Ma, dimmi, tu sai perch  morta?
CHIRONE. Enodio, mai pi la vedremo balzare felice dal Ddimo al Pelio fra i canneti e le rupi. Tanto ci basti. Le parole sono sangue.
ERMETE. Chirone, puoi credermi quando ti dico che la piango come voi la piangete. Ma, ti giuro, non so perch il Dio l'abbia uccisa. Nella mia Lrissa si parla d'incontri bestiali nelle grotte e nei boschi...
CHIRONE. Che vuol dire? Lo siamo bestiali. E proprio tu, Enodio, che a Lrissa eri coglia di toro, e all'inizio dei tempi ti sei congiunto nel fango della palude con tutto quanto di sanguigno e ancora informe c'era al mondo, proprio tu ti stupisci?
ERMETE.  lontano quel tempo. Chirone, e adesso vivo sottoterra o sui crocicchi. Vi vedo a volte venir gi dalla montagna come macigni e saltare le pozze e le forre, e inseguirvi, chiamarvi, giocare. Capisco gli zoccoli, la vostra natura, ma non sempre voi siete cos. Le tue braccia e il tuo petto di uomo, a dirne una, e il vostro grosso riso umano, e lei l'uccisa, e gli amori col Dio, le compagne che adesso la piangono siete cose diverse. Anche tua madre, se non sbaglio, piacque a un dio.
CHIRONE. Altri tempi davvero. Il vecchio dio per amarla si fece stallone. Sulla vetta del monte.
ERMETE. Dunque, dimmi perch Cornide bella fu invece una donna e passeggiava nei vigneti e tanto gioc col Radioso che lui la uccise e bruci il corpo?
CHIRONE. Enodio, dalla tua Lrissa quante volte hai veduto dopo una notte di vento la montagna dell'Olimpo stagliare nel cielo?
ERMETE. Non solo la vedo, ma a volte ci salgo.
CHIRONE. Un tempo, anche noi si galoppava fin lass di costa in costa.
ERMETE. Ebbene, dovreste tornarci.
CHIRONE. Amico, Cornide c' tornata.
ERMETE. Che vuoi dire con questo?
CHIRONE. Voglio dire che quella  la morte. L ci sono i padroni. Non pi padroni come Crono il vecchio, o l'antico suo padre, o noi stessi nei giorni che ci accadeva di pensarci e la nostra allegria non sapeva pi confini e balzavamo tra le cose come cose ch'eravamo. A quel tempo la bestia e il pantano eran terra d'incontro di uomini e di. La montagna il cavallo la pianta la nube il torrente tutto eravamo sotto il sole. Chi poteva morire a quel tempo? Che cos'era bestiale se la bestia era in noi come il dio?
ERMETE. Tu hai figliole, Chirone, e sono donne e son puledre a volont. Perch ti lamenti? Qui avete il monte, avete il piano, e le stagioni. Non vi mancano neppure, per compiacervi, le dimore umane, capanne e villaggi, agli sbocchi delle vallate, e le stalle, i focolari, dove i tristi mortali favoleggiano di voi, pronti sempre a ospitarvi. Non ti pare che il mondo sia meglio tenuto dai nuovi padroni?
CHIRONE. Tu sei dei loro e li difendi. Tu che un giorno eri coglia e furore, ora conduci le ombre esangui sottoterra. Cosa sono i mortali se non ombre anzitempo? Ma godo a pensare che la madre di questo bimbetto c' saltata da sola: se non altro ha trovato se stessa morendo.
ERMETE. Ora so perch  morta, lei che se ne and alle pendici del monte e fu donna e am il Dio col suo amore tanto che ne ebbe questo figlio. Tu dici che il Dio fu spietato. Ma puoi dire che lei, Cornide, abbia lasciato dietro a s nel pantano la voglia bestiale, l'informe furore sanguigno che l'aveva generata?
CHIRONE. Certo che no. E con questo?
ERMETE. Gli di nuovi di Tessaglia che molto sorridono, soltanto di una cosa non possono ridere: credi a me che ho veduto il destino. Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce, devon trafiggere e distruggere e rifare. Per questo Cornide  morta.
CHIRONE. Ma non potranno pi rifarla. Dunque avevo ragione che l'Olimpo  la morte.
ERMETE. Eppure, il Radioso l'amava. L'avrebbe pianta se non fosse stato un dio. Le ha strappato il bimbetto. Te l'affido con gioia. Sa che tu solo potrai farne un uomo vero.
CHIRONE. Ti ho gi detto la sorte che attende costui nelle case mortali. Sar Asclepio, il signore dei corpi, un uomo-dio. Vivr tra la carne corrotta e i sospiri. A lui guarderanno gli uomini per sfuggire il destino, per ritardare di una notte, di un istante, l'agonia. Passer, questo bimbetto, tra la vita e la morte, come tu ch'eri coglia di toro e non sei pi che il guidatore delle ombre. Questa la sorte che gli Olimpici faranno ai vivi, sulla terra.
ERMETE. E non sar meglio, ai mortali, finire cos, che non l'antica dannazione d'incappare nella bestia o nell'albero, e diventare bue che mugge, serpente che striscia, sasso eterno, fontana che piange?
CHIRONE. Fin che l'Olimpo sar il cielo, certo. Ma queste cose passeranno.
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Il fiore.
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Che a questo fatto dolce-atroce, il quale non riesce a disgustarci di un dio primaverile come Apolline il Chiaro, assistessero i leopardiani Eros e Tnatos,  di solare evidenza.
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(parlano Eros e Tnatos).
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EROS. Te l'aspettavi questo fatto, Tnatos?
TNATOS. Tutto mi aspetto, da un Olimpico. Ma che finisse in questo modo, no.
EROS. Per fortuna, i mortali la chiameranno una disgrazia.
TNATOS. Non  la prima, e non sar l'ultima volta.
EROS. E intanto Iacinto  morto. Le sorelle gi lo piangono. L'inutile fiore spruzzato del suo sangue, costella ormai tutte le valli dell'Eurota.  primavera, Tnatos, e il ragazzo non la vedr.
TNATOS. Dov' passato un immortale, sempre spuntano di questi fiori. Ma le altre volte, almeno, c'era una fuga, un pretesto, un'offesa. Riluttavano al dio, o commettevano empiet. Cos accadde di Dafne, di Elino, di Atteone. Iacinto invece non fu che un ragazzo. Visse i suoi giorni venerando il suo signore. Gioc con lui come gioca il fanciullo. Era scosso e stupito. Tu, Eros, lo sai.
EROS. Gi i mortali si dicono che fu una disgrazia. Nessuno pensa che il Radioso non  uso fallire i suoi colpi.
TNATOS. Ho assistito soltanto al sorriso aggrottato con cui segu il volo del disco e lo vide cadere. Lo lanci in alto nel senso del sole, e Iacinto lev gli occhi e le mani, e l'attese abbagliato. Gli piomb sulla fronte. Perch questo, Eros? Tu certo lo sai.
EROS. Che devo dirti, Tnatos? Io non posso intenerirmi su un capriccio. E lo sai anche tu quando un dio avvicina un mortale, segue sempre una cosa crudele. Tu stesso hai parlato di Dafne e Atteone.
TNATOS. Che fu dunque, stavolta?
EROS. Te l'ho detto, un capriccio. Il Radioso ha voluto giocare.  disceso tra gli uomini e ha visto Iacinto. Per sei giorni  vissuto in Amicle, sei giorni che a Iacinto cambiarono il cuore e rinnovarono la terra. Poi quando al signore venne voglia di andarsene, Iacinto lo guardava smarrito. Allora il disco gli piomb tra gli occhi...
TNATOS. Chi sa... il Radioso non voleva che piangesse.
EROS. No. Che cosa sia piangere il Radioso non sa. Lo sappiamo noialtri, di e demoni bambini, ch'eravamo gi in vita quando l'Olimpo era soltanto un monte brullo. Abbiamo visto molte cose, abbiamo visto piangere anche gli alberi e le pietre. Il signore  diverso. Per lui sei giorni o un'esistenza non fa nulla. Nessuno seppe tutto ci come Iacinto.
TNATOS. Credi davvero che Iacinto abbia capito queste cose? Che il signore sia stato per lui altro che un modello, un compagno maggiore, un fratello fidato e venerato? Io l'ho veduto solamente quando tese le mani alla gara non aveva sulla fronte che fiducia e stupore. Iacinto ignorava chi fosse il Radioso.
EROS. Tutto pu darsi, Tnatos. Pu anche darsi che il ragazzo non sapesse di Elino e di Dafne. Dove finisca lo sgomento e incominci la fede,  difficile dire. Ma certo trascorse sei giorni di ansiosa passione.
TNATOS. Secondo te, che cosa accadde nel suo cuore?
EROS. Quel che accade a ogni giovane. Ma stavolta l'oggetto dei pensieri e degli atti per un ragazzo fu eccessivo. Nella palestra, nelle stanze, lungo le acque dell'Eurota, parlava con l'ospite, s'accompagnava a lui, lo ascoltava. Ascoltava le storie di Delo e di Delfi, il Tifone, la Tessaglia, il paese degli Iperborei. Il dio parlava sorridendo tranquillo, come fa il viandante che credevano morto e ritorna pi esperto. Quel che  certo, il signore non disse mai del suo Olimpo, dei compagni immortali, delle cose divine. Parl di s, della sorella, delle Criti, come si parla di una vita familiare meravigliosa e familiare. Qualche volta ascoltarono insieme un poeta girovago, ospitato per la notte.
TNATOS. Nulla di brutto in tutto questo.
EROS. Nulla di brutto, e anzi parole di conforto. Iacinto impar che il signore di Delo con quegli occhi indicibili e quella pacata parola aveva visto e trattato molte cose nel mondo che potevano anche a lui toccare un giorno. L'ospite discorreva anche di lui, della sua sorte. La vita spicciola di Amicle gli era chiara e familiare. Faceva progetti. Trattava Iacinto come un eguale e coetaneo, e i nomi di Aglaia, di Eurinme, di Aux donne lontane e sorridenti, donne giovani, vissute con l'ospite in misteriosa intimit venivano detti con noncuranza tranquilla, con un gusto indolente che a Iacinto faceva rabbrividire il cuore. Questo lo stato del ragazzo. Davanti al signore ogni cosa era agevole, chiara. A Iacinto pareva di potere ogni cosa.
TNATOS. Ho conosciuto altri mortali. E pi esperti, pi saggi, pi forti che Iacinto. Tutti distrusse questa smania di potere ogni cosa.
EROS. Mio caro, in Iacinto non fu che speranza, una trepida speranza di somigliarsi all'ospite. N il Radioso raccolse l'entusiasmo che leggeva in quegli occhi gli bast suscitarlo -, lui scorgeva gi allora negli occhi e nei riccioli il bel fiore chiazzato ch'era la sorte di Iacinto. Non pens n a parole n a lacrime. Era venuto per vedere un fiore. Questo fiore doveva esser degno di lui meraviglioso e familiare, come il ricordo delle Criti. E con calma indolenza cre questo fiore.
TNATOS. Siamo cose feroci, noialtri immortali. Io mi chiedo fin dove gli Olimpici faranno il destino. Tutto osare pu darsi distrugga anche loro.
EROS. Chi pu dirlo? Dai tempi del caos non si  visto che sangue. Sangue d'uomini, di mostri e di di. Si comincia e si muore nel sangue. Tu come credi di esser nato?
TNATOS. Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli Olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio  una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo.
EROS. S, Tnatos. Ma non vogliamo tener conto dei ricchi pensieri che Iacinto incontr? Quell'ansiosa speranza che fu il suo morire fu pure il suo nascere. Era un giovane inconscio, un poco assorto, annebbiato d'infanzia, il figliolo d'Amicle, re modesto di terra modesta che cosa mai sarebbe stato senza l'ospite di Delo?
TNATOS. Un uomo tra gli uomini, Eros.
EROS. Lo so. E so pure che alla sorte non si sfugge. Ma non son uso intenerirmi su un capriccio. Iacinto ha vissuto sei giorni nell'ombra di una luce. Non gli manc, della gioia perfetta, nemmeno la fine rapida e amara. Quella che Olimpici e immortali non conoscono. Che altro vorresti, Tnatos, per lui?
TNATOS. Che il Radioso lo piangesse come noi.
EROS. Tu chiedi troppo, Tnatos.
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La belva.
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Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. Ci beninteso non esclude tutt'altro che il meno energico dei due anelasse a sparger sangue. Il carattere non dolce della dea vergine signora delle belve, ed emersa nel mondo da una selva d'indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo  noto. Altrettanto noto  che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l'eterno sognatore.
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(parlano Endimione e uno straniero).
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ENDIMIONE. Ascolta, passante. Come a straniero posso dirti queste cose. Non spaventarti dei miei occhi di folle. Gli stracci che ti avvolgono i piedi sono brutti come i miei occhi, ma tu sembri un uomo valido che quando vorr si fermer nel paese che ha scelto, e qui avr un riparo, un lavoro, una casa. Ma sono convinto che se adesso cammini  perch non hai nulla se non la tua sorte. E tu vai per le strade a quest'ora dell'alba dunque ti piace essere sveglio tra le cose quando escono appena dal buio e nessuno le ha ancora toccate. Vedi quel monte?  il Latmo. Io l'ho salito tante volte nella notte, quand'era pi nero, e ho atteso l'alba tra i suoi faggi. Eppure mi pare di non averlo toccato mai.
STRANIERO. Chi pu dire di aver mai toccato quello accanto a cui passa?
ENDIMIONE. Penso a volte che noi siamo come il vento che trascorre impalpabile. O come i sogni di chi dorme. Tu ami, straniero, dormire di giorno?
STRANIERO. Dormo comunque, quando ho sonno e casco.
ENDIMIONE. E nel sonno ti accade tu che vai per le strade di ascoltar lo stormire del vento, e gli uccelli, gli stagni, il ronzo, la voce dell'acqua? Non ti pare, dormendo, di non essere mai solo?
STRANIERO. Amico, non saprei. Sono vissuto sempre solo.
ENDIMIONE. O straniero, io non trovo pi pace nel sonno. Credo di aver dormito sempre, eppure so che non  vero.
STRANIERO. Tu mi sembri uomo fatto, e robusto.
ENDIMIONE. Lo sono, straniero, lo sono. E so il sonno del vino, e quello pesante che si dorme al fianco di una donna, ma tutto questo non mi giova. Dal mio letto oramai tendo l'udito, e sto pronto a balzare, e ho questi occhi, questi occhi, come di chi fissa nel buio. Mi pare di esser sempre vissuto cos.
STRANIERO. Ti  mancato qualcuno?
ENDIMIONE. Qualcuno? O straniero, tu lo credi che noi siamo mortali?
STRANIERO. Qualcuno ti  morto?
ENDIMIONE. Non qualcuno. Straniero, quando salgo sul Latmo io non sono pi un mortale. Non guardare i miei occhi, non contano. So che non sogno, da tanto non dormo. Vedi le chiazze di quei faggi, sulla rupe? Questa notte ero l e l'ho aspettata.
STRANIERO. Chi doveva venire?
ENDIMIONE. Non diciamo il suo nome. Non diciamolo. Non ha nome. O ne ha molti, lo so. Compagno uomo, tu sai cos' l'orrore del bosco quando vi si apre una radura notturna? O no. Quando ripensi nottetempo alla radura che hai veduto e traversato di giorno, e l c' un fiore, una bacca che sai, che oscilla al vento, e questa bacca, questo fiore,  una cosa selvaggia, intoccabile, mortale, fra tutte le cose selvagge? Capisci questo? Un fiore che  come una belva? Compagno, hai mai guardato con spavento e con voglia la natura di una lupa, di una daina, di una serpe?
STRANIERO. Intendi, il sesso della belva viva?
ENDIMIONE. S ma non basta. Hai mai conosciuto persona che fosse molte cose in una, le portasse con s, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze, e un'altra terra e un altro cielo che non ti  dato possedere?
STRANIERO. Ho sentito parlare di questo.
ENDIMIONE. O straniero, e se questa persona  la belva, la cosa selvaggia, la natura intoccabile, che non ha nome?
STRANIERO. Tu parli di cose terribili.
ENDIMIONE. Ma non basta. Tu mi ascolti, com' giusto. E se vai per le strade, sai che la terra  tutta piena di divino e di terribile. Se ti parlo  perch, come viandanti e sconosciuti, anche noi siamo un poco divini.
STRANIERO. Certo, ho veduto molte cose. E qualcuna terribile. Ma non occorre andar lontano. Se pu giovarti, ti dir che gli immortali sanno la strada della cappa del camino.
ENDIMIONE. Dunque, lo sai, e mi puoi credere. Io dormivo una sera sul Latmo era notte mi ero attardato nel vagabondare, e seduto dormivo, contro un tronco. Mi risvegliai sotto la luna nel sogno ebbi un brivido al pensiero ch'ero l, nella radura e la vidi. La vidi che mi guardava, con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l'indomani, ma ero gi cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava, della radura, del monte. Mi salut con un sorriso chiuso; io le dissi: "Signora"; e aggrottava le ciglia, come ragazza un po' selvatica, come avesse capito che mi stupivo, e quasi dentro sbigottivo, a chiamarla signora. Sempre rimase poi fra noi quello sgomento.
O straniero, lei mi disse il mio nome e mi venne vicino la tunica non le dava al ginocchio e stendendo la mano mi tocc sui capelli. Mi tocc quasi esitando, e le venne un sorriso, un sorriso incredibile, mortale. Io fui per cadere prosternato pensai tutti i suoi nomi ma lei mi trattenne come si trattiene un bimbo, la mano sotto il mento. Sono grande e robusto, mi vedi, lei era fiera e non aveva che quegli occhi una magra ragazza selvatica ma fui come un bimbo. "Tu non dovrai svegliarti mai", mi disse. "Non dovrai fare un gesto. Verr ancora a trovarti". E se ne and per la radura.
Percorsi il Latmo quella notte, fino all'alba. Seguii la luna in tutte le forre, nelle macchie, sulle vette. Tesi l'orecchio che ancora avevo pieno, come d'acqua marina, di quella voce un poco rauca, fredda, materna. Ogni bruso e ogni ombra mi arrestava. Delle creature selvagge intravvidi soltanto le fughe. Quando venne la luce una luce un po' livida, coperta guardai dall'alto la pianura, questa strada che facciamo, straniero, e capii che mai pi sarei vissuto tra gli uomini. Non ero pi uno di loro. Attendevo la notte.
STRANIERO. Cose incredibili racconti, Endimione. Ma incredibili in questo che, poich senza dubbio sei tornato sul monte, tu viva e cammini tuttora, e la selvaggia, la signora dai nomi, non ti abbia ancora fatto suo.
ENDIMIONE. Io sono suo, straniero.
STRANIERO. Voglio dire... Non conosci la storia del pastore lacerato dai cani, l'indiscreto, l'uomo-cervo...?
ENDIMIONE. O straniero, io so tutto di lei. Perch abbiamo parlato, parlato, e io fingevo di dormire, sempre, tutte le notti, e non toccavo la sua mano, come non si tocca la leonessa o l'acqua verde dello stagno, o la cosa che  pi nostra e portiamo nel cuore. Ascolta. Mi sta innanzi una magra ragazza, non sorride, mi guarda. E gli occhi grandi, trasparenti, hanno visto altre cose. Le vedono ancora. Sono loro queste cose. In questi occhi c' la bacca e la belva, c' l'urlo, la morte, l'impetramento crudele. So il sangue sparso, la carne dilaniata, la terra vorace, la solitudine. Per lei, la selvaggia,  solitudine. Per lei la belva  solitudine. La sua carezza  la carezza che si fa al cane o al tronco d'albero. Ma, straniero, lei mi guarda, mi guarda, e nella tunica breve  una magra ragazza, come tu forse ne hai vedute al tuo paese.
STRANIERO. Della tua vita d'uomo, Endimione, non avete parlato?
ENDIMIONE. Straniero, tu sai cose terribili, e non sai che il selvaggio e il divino cancellano l'uomo?
STRANIERO. Quando sali sul Latmo non sei pi mortale, lo so. Ma gli immortali sanno stare soli. E tu non vuoi la solitudine. Tu cerchi il sesso delle bestie. Tu con lei fingi il sonno. Che cos' dunque che le hai chiesto?
ENDIMIONE. Che sorridesse un'altra volta. E questa volta esserle sangue sparso innanzi, essere carne nella bocca del suo cane.
STRANIERO. E che ti ha detto?
ENDIMIONE. Nulla dice. Mi guarda. Mi lascia solo, sotto l'alba. E la cerco tra i faggi. La luce del giorno mi ferisce gli occhi. "Tu non dovrai svegliarti mai", mi ha detto.
STRANIERO. O mortale, quel giorno che sarai sveglio veramente, saprai perch ti ha risparmiato il suo sorriso. 
ENDIMIONE. Lo so fin d'ora, o straniero, o tu che parli come un dio.
STRANIERO. Il divino e il terribile corron la terra, e noi andiamo sulle strade. L'hai detto tu stesso.
ENDIMIONE. O dio viandante, la sua dolcezza  come l'alba,  terra e cielo rivelati. Ed  divina. Ma per altri, per le cose e le belve, lei la selvaggia ha un riso breve, un comando che annienta. E nessuno le ha mai toccato il ginocchio.
STRANIERO. Endimione, rassgnati nel tuo cuore mortale. N dio n uomo l'ha toccata. La sua voce ch' rauca e materna  tutto quanto la selvaggia ti pu dare.
ENDIMIONE. Eppure.
STRANIERO. Eppure?
ENDIMIONE. Fin che quel monte esister non avr pi pace nel sonno.
STRANIERO. Ciascuno ha il sonno che gli tocca, Endimione. E il tuo sonno  infinito di voci e di grida, e di terra, di cielo, di giorni. Dormilo con coraggio, non avete altro bene. La solitudine selvaggia  tua. Amala come lei l'ama. E adesso, Endimione, io ti lascio. La vedrai questa notte.
ENDIMIONE. O dio viandante, ti ringrazio.
STRANIERO. Addio. Ma non dovrai svegliarti pi, ricorda.
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Schiuma d'onda.
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Di Britomarti, ninfa cretese e minoica, ci parla Callimaco. Che Saffo fosse lesbica di Lesbo  un fatto spiacevole, ma noi riteniamo pi triste il suo scontento della vita, per cui s'indusse a buttarsi in mare, nel mare di Grecia. Questo mare  pieno d'isole e sulla pi orientale di tutte, Cipro, scese Afrodite nata dalle onde. Mare che vide molti amori e grosse sventure.  necessario fare i nomi di Ariadne, Fedra, Andromaca, Elle, Scilla, Io, Cassandra, Medea? Tutte lo traversarono, e pi d'una ci rimase. Vien da pensare che sia tutto intriso di sperma e di lacrime.
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(parlano Saffo e Britomarti).
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SAFFO.  monotono qui, Britomarti. Il mare  monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t'annoi?
BRITOMARTI. Preferivi quand'eri mortale, lo so. Diventare un po' d'onda che schiuma, non vi basta. Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perch l'hai cercata?
SAFFO. Non sapevo che fosse cos. Credevo che tutto finisse con l'ultimo salto. Che il desiderio, l'inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
BRITOMARTI. Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.
SAFFO. E tu perch hai cercato il mare, Britomarti tu che eri ninfa?
BRITOMARTI Non l'ho cercato, il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare. Spiccai il salto, per salvarmi.
SAFFO. E perch poi, salvarti?
BRITOMARTI. Per sfuggirgli, per essere io. Perch dovevo, Saffo.
SAFFO. Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?
BRITOMARTI. Non so, non l'avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.
SAFFO.  possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati lasciar la terra e diventare schiuma d'onda tutto perch dovevi? Dovevi che cosa? Non ne sentivi desider, non eri fatta anche di questo?
BRITOMARTI. Non ti capisco, Saffo bella. I desider e l'inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni che anch'io sia fuggita.
SAFFO. Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.
BRITOMARTI. Non ho fuggito i desider, Saffo. Quel che desidero ce l'ho. Prima ero ninfa delle rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita  foglia e tronco, polla d'acqua, schiuma d'onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo. Questo  il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore  che un uomo ci possegga, ci fermi. Allora s che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso?
SAFFO. Ne ho sentito.
BRITOMARTI. Calipso si  fatta fermare da un uomo. E pi nulla le  valso. Per anni e anni non usc pi dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Orita, venne Anfitrte, e le parlarono, la presero con s, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che quell'uomo se ne andasse.
SAFFO. Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate. Che cos' un desiderio che cede?
BRITOMARTI. Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos' sorridere?
SAFFO. Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
BRITOMARTI. Oh Saffo, non  questo il sorridere. Sorridere  vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte.  morire a una forma e rinascere a un'altra.  accettare, accettare, se stesse e il destino.
SAFFO. Tu l'hai dunque accettato?
BRITOMARTI. Sono fuggita, Saffo. Per noialtre  pi facile.
SAFFO. Anch'io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino  ben altro.
BRITOMARTI. Saffo, perch? Il destino  gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
SAFFO. Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non  canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.
BRITOMARTI. Non hai mai conosciuto donne mortali che vivessero in pace nel desiderio e nel tumulto?
SAFFO. Nessuna... forse s... Non le mortali come Saffo. Tu eri ancora la ninfa dei monti, io non ero ancor nata. Una donna varc questo mare, una mortale, che visse sempre nel tumulto forse in pace. Una donna che uccise, distrusse, accec, come una dea sempre uguale a se stessa. Forse non ebbe da sorridere neppure. Era bella, non sciocca, e intorno a lei tutto moriva e combatteva. Britomarti, combattevano e morivano chiedendo solo che il suo nome fosse un istante unito al loro, desse il nome alla vita e alla morte di tutti. E sorridevano per lei... Tu la conosci Elena Tindaride, la figlia di Leda.
BRITOMARTI. E costei fu felice?
SAFFO. Non fugg, questo  certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino. Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con s. Segu a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui, la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti, la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell'Ade conobbe altri ancora. Non ment con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.
BRITOMARTI. E tu invidi costei?
SAFFO. Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un'altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
BRITOMARTI. Dunque accetti il destino? 
SAFFO. Non l'accetto. Lo sono. Nessuno l'accetta.
BRITOMARTI. Tranne noi che sappiamo sorridere.
SAFFO. Bella forza.  nel vostro destino. Ma che cosa significa?
BRITOMARTI. Significa accettarsi e accettare.
SAFFO. E che cosa vuol dire? Si pu accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t'infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma il tumulto si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si pu accettare tutto questo?
BRITOMARTI. Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.
SAFFO. Ma tu lo senti questo tedio, quest'inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ci che  morto si dibatte inquieto.
BRITOMARTI. Dovresti conoscerlo il mare. Anche tu sei da un'isola...
SAFFO. Oh Britomarti, fin da bimba mi atterriva. Questa vita incessante  monotona e triste. Non c' parola che ne dica il tedio.
BRITOMARTI. Un tempo, nella mia isola, vedevo arrivare e partire i mortali. C'erano donne come te, donna d'amore, Saffo. Non mi parvero mai tristi n stanche.
SAFFO. Lo so, Britomarti, lo so. Ma le hai seguite sul loro cammino? Ci fu quella che in terra straniera s'impicc con le sue mani alla trave di casa. E quella che si svegli la mattina sopra uno scoglio, abbandonata. E poi le altre, tante altre, da tutte le isole, da tutte le terre, che discesero in mare e chi fu serva, chi straziata, chi uccise i suoi figli, chi stent giorno e notte, chi non tocc pi terraferma e divenne una cosa, una belva del mare.
BRITOMARTI. Ma la Tindaride, tu hai detto, usc illesa.
SAFFO. Seminando l'incendio e la strage. Non sorrise a nessuno. Non ment con nessuno. Ah, fu degna del mare. Britomarti, ricorda chi nacque quaggi...
BRITOMARTI. Chi vuoi dire?
SAFFO. C' ancora un'isola che non hai visto. Quando sorge il mattino,  la prima nel sole...
BRITOMARTI. Oh Saffo.
SAFFO. L balz dalla schiuma quella che non ha nome, l'inquieta angosciosa, che sorride da sola.
BRITOMARTI. Ma lei non soffre.  una gran dea.
SAFFO. E tutto quello che si macera e dibatte nel mare,  sua sostanza e suo respiro. Tu l'hai veduta, Britomarti?
BRITOMARTI. Oh Saffo, non dirlo. Sono soltanto una piccola ninfa.
SAFFO. Tu vedi, dunque...
BRITOMARTI. Davanti a lei, tutte fuggiamo. Non parlarne, bambina.
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La madre.
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La vita di Meleagro era legata a un tizzone che la madre Altea cav dal fuoco quando le nacque il figlio. Madre imperiosa che, quando Meleagro ebbe ucciso lo zio che pretendeva la sua parte della pelle del cinghiale, in uno scatto d'ira ributt il tizzone nel fuoco e lo lasci incenerire.
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(parlano Meleagro e Ermete).
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MELEAGRO. Sono bruciato come un tizzo, Ermete.
ERMETE. Ma non avrai sofferto molto.
MELEAGRO. Era peggio la pena, la passione di prima.
ERMETE. E adesso ascolta, Meleagro. Tu sei morto. La fiamma, l'arsione sono cose passate. Tu sei meno del fumo che si  staccato da quel fuoco. Sei quasi il nulla. Rassgnati. E per te sono un nulla le cose del mondo, il mattino, la sera, i paesi. Gurdati intorno adesso.
MELEAGRO. Non vedo nulla. E non m'importa. Sono ancora una brace... Cos'hai detto dei paesi del mondo? O Ermete, come a dio che tu sei, certo il mondo  bello, e diverso, e sempre dolce. Hai i tuoi occhi, Ermete. Ma io Meleagro fui soltanto cacciatore e figlio di cacciatori, non uscii mai dalle mie selve, vissi davanti a un focolare, e quando nacqui il mio destino era gi chiuso nel tizzone che mia madre rub. Non conobbi che qualche compagno, le belve, e mia madre.
ERMETE. Tu credi che l'uomo, qualunque uomo, abbia mai conosciuto altro?
MELEAGRO. Non so. Ma ho sentito narrare di libere vite di l dai monti e dai fiumi, di traversate, di arcipelaghi, d'incontri con mostri e con di. Di uomini pi forti anche di me, pi giovani, segnti da strani destini.
ERMETE. Avevano tutti una madre, Meleagro. E fatiche da compiere. E una morte li attendeva, per la passione di qualcuno. Nessuno fu signore di s n conobbe mai altro.
MELEAGRO. Una madre... nessuno conosce la mia. Nessuno sa cosa significhi saper la propria vita in mano a lei e sentirsi bruciare, e quegli occhi che fissano il fuoco. Perch, il giorno che nacqui, strapp il tizzone dalla fiamma e non lasci che incenerissi? E dovevo crescere, diventare quel Meleagro, piangere, giocare, andare a caccia, veder l'inverno, veder le stagioni, essere uomo ma saper l'altra cosa, portare nel cuore quel peso, spiarle in viso la mia sorte quotidiana. Qui  la pena. Non  nulla un nemico.
ERMETE. Siete stranezze, voi mortali. Vi stupite di ci che sapete. Che un nemico non pesi,  evidente. Cos come ognuno ha una madre. E perch dunque  inaccettabile saper la propria vita in mano a lei?
MELEAGRO. Noi cacciatori, Ermete, abbiamo un patto. Quando saliamo la montagna ci aiutiamo a vicenda ciascuno ha in pugno la vita dell'altro, ma non si tradisce il compagno.
ERMETE. O sciocco, non si tradisce che il compagno... Ma non  questo. Sempre la vostra vita  nel tizzone, e la madre vi ha strappati dal fuoco, e voi vivete mezzo riarsi. E la passione che vi finisce  ancora quella della madre. Che altro siete se non carne e sangue suoi?
MELEAGRO. Ermete, bisogna aver visto i suoi occhi. Bisogna averli visti dall'infanzia, e saputi familiari e sentiti fissi su ogni tuo passo e gesto, per giorni, per anni, e sapere che invecchiano, che muoiono, e soffrirci, farsene pena, temere di offenderli. Allora s,  inaccettabile che fissino il fuoco vedendo il tizzone.
ERMETE. Sai anche questo e ti stupisci, Meleagro? Ma che invecchino e muoiano vuol dire che tu intanto ti sei fatto uomo e sapendo di offenderli li vai cercando altrove vivi e veri. E se trovi questi occhi si trovano sempre, Meleagro chi li porta  di nuovo la madre. E tu allora non sai pi con chi hai da fare e sei quasi contento, ma sta' certo che loro la vecchia e le giovani sanno. E nessuno pu sfuggire al destino che l'ha segnato dalla nascita col fuoco.
MELEAGRO. Qualche altro ha avuto il mio destino, Ermete?
ERMETE. Tutti, Meleagro, tutti. Tutti attende una morte, per la passione di qualcuno. Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre. Vero  che molti sono vili, pi di te.
MELEAGRO. Non ero vile, Ermete.
ERMETE. Ti parlo come a ombra, non come a mortale. Fin che l'uomo non sa,  coraggioso.
MELEAGRO. Non sono vile, se mi guardo intorno. So tante cose adesso. Ma non credo che anche lei la giovane sapesse quegli occhi.
ERMETE. Non li sapeva. Era quegli occhi. 
MELEAGRO. O Atalanta, io mi domando se anche tu sarai madre, e capace di guardare nel fuoco. 
ERMETE. Vedi se ti ricordi le parole che disse, la sera che scannaste il cinghiale.
MELEAGRO. Quella sera. La sera del patto. Non la dimentico, Ermete. Atalanta era piena di furia perch avevo lasciato sfuggire la belva nella neve. Mi men un colpo con la scure e mi prese alla spalla. Io da quel colpo mi sentii toccare appena, ma le urlai pi furente di lei: "Ritorna a casa. Ritorna con le donne, Atalanta. Qui non  luogo da capricci di ragazze". E la sera, quando il cinghiale fu morto, Atalanta cammin con me in mezzo ai compagni e mi diede la scure ch'era tornata a cercare da sola sul nevaio. Facemmo il patto, quella sera, che, andando a caccia, uno dei due sarebbe a turno stato disarmato, perch l'altro non fosse tentato dall'ira.
ERMETE. E che cosa ti disse Atalanta?
MELEAGRO. Non l'ho scordato, Ermete. "O figlio di Altea" disse, "la pelle del cinghiale star sul nostro letto di nozze. Sar come il prezzo del tuo sangue e del mio". E sorrise, cos per farsi perdonare.
ERMETE. Nessun mortale, Meleagro, riesce a pensare sua madre ragazza. Ma non ti pare che chi dice queste cose sar capace di guardare il fuoco? Anche la vecchia Altea ti uccise per un prezzo del sangue.
MELEAGRO. O Ermete, tutto ci  il mio destino. Ma son pure esistiti mortali che vissero a saziet senza che nessuno avesse in pugno i loro giorni...
ERMETE. Tu ne conosci, Meleagro? Sarebbero di. Qualche vile  riuscito a nascondere il capo, ma anche lui portava sangue di madre, e allora l'odio, la passione, la furia son divampati nel suo cuore solo. In qualche sera della vita anche lui si  sentito riardere. Non tutti  vero siete morti di questo. Tutti, quando sapete, conducete una vita di morti. Credimi, Meleagro, tu hai avuto fortuna.
MELEAGRO. Ma nemmeno vedere i miei figli... non conoscere quasi il mio letto...
ERMETE. Hai avuto fortuna. I tuoi figli non nasceranno. Il tuo letto  deserto. I tuoi compagni vanno a caccia come quando non c'eri. Tu sei un'ombra e il nulla.
MELEAGRO. E Atalanta, Atalanta?
ERMETE. La casa  vuota come quando annottava e tardavate a ritornare dalla caccia. Atalanta, che ti ha istigato a vendicarti, non  morta. Le due donne convivono senza parole, guardando il focolare, dov' stramazzato il fratello di tua madre e dove tu sei fatto cenere. Forse non si odiano nemmeno. Si conoscono troppo. Senza l'uomo le donne son nulla.
MELEAGRO. Ma allora perch ci hanno ucciso?
ERMETE. Chiedi perch vi han fatto, Meleagro.
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I due.
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Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.
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(parlano Achille e Patroclo).
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ACHILLE. Patroclo, perch noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: "Ne ho viste di peggio" quando dovremmo dire: "Il peggio verr. Verr un giorno che saremo cadaveri"?
PATROCLO. Achille, non ti conosco pi.
ACHILLE. Ma io s ti conosco. Non basta un po' di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c' differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c' un peggio. E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra.  sempre bello ricordarsi: "Ho visto questo, ho patito quest'altro" ma non  iniquo che proprio la cosa pi dura non la potremo ricordare?
PATROCLO. Almeno, uno di noi la potr ricordare per l'altro. Speriamolo. Cos giocheremo il destino.
ACHILLE. Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perch per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?
PATROCLO. Non ho mai fatto nulla che non fosse con te e come te.
ACHILLE. Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma gli anni non passavano mai, tu sapevi cos'era la morte, la tua morte? Perch da ragazzi si uccide, ma non si sa cos' la morte. Poi viene il giorno che d'un tratto si capisce, si  dentro la morte, e da allora si  uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?
PATROCLO. Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo. Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.
ACHILLE. Tu sei come un ragazzo, Patroclo.
PATROCLO. Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.
ACHILLE. Lo far. Ma la morte per te non esiste. E non  buon guerriero chi non teme la morte.
PATROCLO. Pure bevo con te, questa notte.
ACHILLE. E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: "Quest'ho fatto. Quest'ho veduto" chiedendoti che cos'hai fatto veramente, che cos' stata la tua vita, cos' che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?
PATROCLO. Quand'eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.
ACHILLE. Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d'allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggi, chi passer su quelle strade, chi sapr che una volta ci fummo anche noi ed eravamo due ragazzi come adesso ce n' certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?
PATROCLO. Non ci si pensa, da ragazzi.
ACHILLE. Ci sono giorni che dovranno ancora nascere e noi non vedremo.
PATROCLO. Non ne abbiamo veduti gi molti?
ACHILLE. No, Patroclo, non molti. Verr il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.
PATROCLO. Non serve pensarci.
ACHILLE. Non si pu non pensarci. Da ragazzi si  come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.
PATROCLO. Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?
ACHILLE. Torneremo, sta' certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sar l'ora.
PATROCLO. A questo punto?
ACHILLE. Perch? ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?
PATROCLO. Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.
ACHILLE. Non aver fretta, Patroclo. Lascia dire "domani" agli di. Solamente per loro quel che  stato sar.
PATROCLO. Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all'ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che  stato sar ancora. Torneremo a rischiare.
ACHILLE. Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e a mia madre. A quel che  stato, nel ricordo. E a noi due.
PATROCLO. Tante cose ricordi?
ACHILLE. Non pi che una donnetta o un pezzente. Anche loro son stati ragazzi.
PATROCLO. Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza  uno straccio che si butta. Tu solo puoi dire di esser come un pezzente. Tu che hai preso d'assalto lo scoglio del Tnedo, tu che hai spezzato la cintura dell'amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.
ACHILLE. Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.
PATROCLO. Come l'ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell'Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.
ACHILLE. Meglio quel tempo che non c'era l'Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l'estate, era l'inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.
PATROCLO. Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.
ACHILLE. Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia  morta. Oh perch non rimasi sull'isola in mezzo alle donne?
PATROCLO. Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.
ACHILLE. Ma chi ti dice che la vita fosse questa?... Oh Patroclo,  questa. Dovevamo vedere il peggio.
PATROCLO. Io domani esco in campo. Con te.
ACHILLE. Non  ancora il mio giorno.
PATROCLO. E allora andr solo. E per farti vergogna prender la tua lancia.
ACHILLE. Io non ero ancor nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.
PATROCLO. Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.
ACHILLE. Le navi non ardono ancora.
PATROCLO. Prender i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio. Nulla potr sfiorarmi. Mi parr di giocare.
ACHILLE. Sei davvero il bambino che beve.
PATROCLO. Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi. E non eri pi immortale che stanotte.
ACHILLE. Solamente gli di sanno il destino e vivono. Ma tu giochi al destino.
PATROCLO. Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell'Ade, diremo anche questa.
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La strada.
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Tutti sanno che Edipo, vinta la sfinge e sposata Iocasta, scoperse chi era interrogando il pastore che l'aveva salvato sul Citerone. E allora l'oracolo che avrebbe ucciso il padre e sposata la madre fu vero, e Edipo si accec dall'orrore e usc di Tebe e mor vagabondo.
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(parlano Edipo e un mendicante).
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EDIPO. Non sono un uomo come gli altri, amico. Io sono stato condannato dalla sorte. Ero nato per regnare tra voi. Sono cresciuto sulle montagne. Vedere una montagna o una torre mi rimescolava o una citt in distanza, camminando nella polvere. E non sapevo di cercare la mia sorte. Adesso non vedo pi nulla e le montagne son soltanto fatica. Ogni cosa che faccio  destino. Capisci?
MENDICANTE. Io sono vecchio, Edipo, e non ho visto che destini. Ma credi che gli altri anche i servi, anche i gobbi o gli storpi non amerebbero esser stati re di Tebe come te?
EDIPO. Capiscimi, amico. Il mio destino non  stato di aver perso qualcosa. N gli anni n gli acciacchi mi spaventano. Vorrei cadere anche pi in basso, vorrei perdere tutto  la sorte comune. Ma non essere Edipo, non essere l'uomo che senza saperlo doveva regnare.
MENDICANTE. Non capisco. Ringrazia che sei stato signore e hai mangiato, hai bevuto, hai dormito dentro un letto. Chi  morto sta peggio. 
EDIPO. Non  questo, ti dico. Mi duole di prima, di quando non ero ancora nulla e avrei potuto essere un uomo come gli altri. E invece no, c'era il destino. Dovevo andare e capitare proprio a Tebe. Dovevo uccidere quel vecchio. Generare quei figli. Val la pena di fare una cosa ch'era gi come fatta quando ancora non c'eri?
MENDICANTE. Vale la pena, Edipo. A noi tocca e ci basta. Lascia il resto agli di.
EDIPO. Non ci son di nella mia vita. Quel che mi tocca  pi crudele degli di. Cercavo, ignaro come tutti, di far bene, di trovare nei giorni un bene ignoto che mi desse la sera un sollievo, la speranza che domani avrei fatto di pi. Nemmeno all'empio manca questa contentezza. M'accompagnavano sospetti, voci vaghe, minacce. Da principio era solo un oracolo, una trista parola, e sperai di scampare. Vissi tutti quegli anni come il fuggiasco si guarda alle spalle. Osai credere soltanto ai miei pensieri, agli istanti di tregua, ai risvegli improvvisi. Stetti sempre all'agguato. E non scampai. Proprio in quegli attimi il destino si compiva.
MENDICANTE. Ma, Edipo, per tutti  cos. Vuol dir questo un destino. Certo i tuoi casi sono stati atroci.
EDIPO. No, non capisci, non capisci, non  questo. Vorrei che fossero pi atroci ancora. Vorrei essere l'uomo pi sozzo e pi vile purch quello che ho fatto l'avessi voluto. Non subto cos. Non compiuto volendo far altro. Che cosa  ancora Edipo, che cosa siamo tutti quanti, se fin la voglia pi segreta del tuo sangue  gi esistita prima ancora che nascessi e tutto quanto era gi detto?
MENDICANTE. Forse, Edipo, qualche giorno di contento c' stato anche per te. E non dico quando hai vinto la Sfinge e tutta Tebe ti acclamava, o ti  nato il tuo primo figliolo, e sedevi in palazzo ascoltando il consiglio. A queste cose non puoi pi pensare, va bene. Ma hai pure vissuto la vita di tutti; sei stato giovane e hai veduto il mondo, hai riso e giocato e parlato, non senza saggezza; hai goduto delle cose, il risveglio e il riposo, e battuto le strade. Ora sei cieco, va bene. Ma hai veduto altri giorni.
EDIPO. Sarei folle, a negarlo. E la mia vita  stata lunga. Ma di nuovo ti dico: ero nato per regnare tra voi. A chi ha la febbre le frutta pi buone dnno soltanto smanie e nausea. E la mia febbre  il mio destino il timore, l'orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa. Io sapevo ho saputo sempre di agire come lo scoiattolo che crede d'inerpicarsi e fa soltanto ruotare la gabbia. E mi domando: chi fu Edipo?
MENDICANTE. Un grande un vero signore, puoi dirlo. Io sentivo parlare di te, sulle strade e alle porte di Tebe. Ci fu qualcuno che lasci la casa e gir la Beozia e vide il mare, e per avere la tua sorte and a Delfi a tentare l'oracolo. Vedi che il tuo destino fu tanto insolito da mutare l'altrui. Che dovr dire invece un uomo sempre vissuto in un villaggio, in un mestiere, che fa ogni giorno un solo gesto, e ha i soliti figli, le solite feste, e muore all'et di suo padre del solito male?
EDIPO. Non sono un uomo come gli altri, lo so. Ma so che anche il servo o l'idiota se conoscesse i suoi giorni, schiferebbe anche quel povero piacere che ci trova. I disgraziati che han cercato il mio destino, sono forse scampati al proprio?
MENDICANTE. La vita  grande, Edipo. Io, che ti parlo, sono stato di costoro. Ho lasciato la casa e percorso la Grecia. Ho visto Delfi e sono giunto al mare. Speravo l'incontro, la fortuna, la Sfinge. Ti sapevo felice nella reggia di Tebe. Ero un uomo robusto, allora. E se anche non ho trovato la Sfinge, e nessun oracolo ha parlato per me, mi  piaciuta la vita che ho fatto. Tu sei stato il mio oracolo. Tu hai rovesciato il mio destino. Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli di.
EDIPO. Non saprai mai se ci che hai fatto l'hai voluto... Ma certo la libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa  come l'immagine di quel dolore che ci scava. Un dolore che  come un sollievo, come una pioggia dopo l'afa silenzioso e tranquillo, pare che sgorghi dalle cose, dal fondo del cuore. Questa stanchezza e questa pace, dopo i clamori del destino, son forse l'unica cosa che  nostra davvero.
MENDICANTE. Un giorno non c'eravamo, Edipo. Dunque anche le voglie del cuore, anche il sangue, anche i risvegli sono usciti dal nulla. Sto per dire che anche il tuo desiderio di scampare al destino,  destino esso stesso. Non siamo noi che abbiamo fatto il nostro sangue. Tant' saperlo e viver franchi, secondo l'oracolo.
EDIPO. Fin che si cerca, amico, allora s. Tu hai avuto fortuna a non giungere mai. Ma viene il giorno che ritorni al Citerone e tu pi non ci pensi, la montagna  per te un'altra infanzia, la vedi ogni giorno e magari ci sali. Poi qualcuno ti dice che sei nato lass. E tutto crolla.
MENDICANTE. Ti capisco, Edipo. Ma abbiamo tutti una montagna dell'infanzia. E per lontano che si vagabondi, ci si ritrova sul suo sentiero. L fummo fatti quel che siamo.
EDIPO. Altro  parlare, altro soffrire, amico. Ma certo parlando, qualcosa si placa nel cuore. Parlare  un poco come andare per le strade giorno e notte a modo nostro senza mta, non come i giovani che cercano fortuna. E tu hai molto parlato, e visto molto. Davvero volevi regnare?
MENDICANTE. Chi lo sa? Quel che  certo, dovevo cambiare. Si cerca una cosa e si trova tutt'altro. Anche questo  destino. Ma parlare ci aiuta a ritrovare noi stessi.
EDIPO. E hai famiglia? hai qualcuno? Non credo.
MENDICANTE. Non sarei quel che sono.
EDIPO. Strana cosa che per capire il prossimo ci tocchi fuggirlo. E i discorsi pi veri sono quelli che facciamo per caso, tra sconosciuti. Oh cos dovevo vivere, io Edipo, lungo le strade della Fcide e dell'Istmo, quando avevo i miei occhi. E non salire le montagne, non dar retta agli oracoli...
MENDICANTE. Tu dimentichi almeno un discorso di quelli che hai fatto.
EDIPO. Quale, amico?
MENDICANTE. Quello al crocicchio della Sfinge.
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La rupe.
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Nella storia del mondo l'ra detta titanica fu popolata di uomini, di mostri, e di di non ancora organizzati in Olimpo. Qualcuno anzi pensa che non ci fossero che mostri vale a dire intelligenze chiuse in un corpo deforme e bestiale. Di qui il sospetto che molti degli uccisori di mostri Eracle in testa versassero sangue fraterno.
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(parlano Eracle e Prometeo).
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ERACLE. Prometeo, sono venuto a liberarti.
PROMETEO. Lo so e ti aspettavo. Devo ringraziarti, Eracle. Hai percorso una strada terribile, per salire fin qua. Ma tu non sai cos' paura.
ERACLE. Il tuo stato  pi terribile, Prometeo.
PROMETEO. Veramente tu non sai cos' paura? Non credo.
ERACLE. Se paura  non fare quel che debbo, allora io non l'ho mai provata. Ma sono un uomo, Prometeo, non sempre so quello che debbo fare.
PROMETEO. Piet e paura sono l'uomo. Non c' altro.
ERACLE. Prometeo, tu mi trattieni a discorrere, e ogni istante che passa il tuo supplizio continua. Sono venuto a liberarti.
PROMETEO. Lo so, Eracle. Lo sapevo gi quand'eri solo un bimbo in fasce, quando non eri ancora nato. Ma mi succede come a un uomo che abbia molto patito in un luogo nel carcere, in esilio, in un pericolo e quando viene il momento d'uscirne non sa risolversi a passare quell'istante, a mettersi dietro le spalle la vita sofferta.
ERACLE. Non vuoi lasciare la tua rupe?
PROMETEO. Devo lasciarla, Eracle ti dico che ti aspettavo. Ma, come a uomo, l'istante mi pesa. Tu sai che qui si soffre molto.
ERACLE. Basta guardarti, Prometeo.
PROMETEO. Si soffre al punto che si vuol morire. Un giorno anche tu saprai questo, e salirai sopra una rupe. Ma io, Eracle, morire non posso. Nemmeno tu, del resto, morirai.
ERACLE. Che dici?
PROMETEO. Ti rapir un dio. Anzi una dea.
ERACLE. Non so, Prometeo. Lascia dunque che ti sleghi.
PROMETEO. E tu sarai come un bambino, pieno di calda gratitudine, e scorderai le iniquit e le fatiche, e vivrai sotto il cielo, lodando gli di, la loro sapienza e bont.
ERACLE. Non ci viene ogni cosa da loro?
PROMETEO. O Eracle, c' una sapienza pi antica. Il mondo  vecchio, pi di questa rupe. E anche loro lo sanno. Ogni cosa ha un destino. Ma gli di sono giovani, giovani quasi come te.
ERACLE. Non eri uno di loro anche tu?
PROMETEO. Lo sar ancora. Cos vuole il destino. Ma un tempo ero un titano e vissi in un mondo senza di. Anche questo  accaduto... Non puoi pensarlo un mondo simile?
ERACLE. Non  il mondo dei mostri e del caos?
PROMETEO. Dei titani e degli uomini, Eracle. Delle belve e dei boschi. Del mare e del cielo.  il mondo di lotta e di sangue, che ti ha fatto chi sei. Fin l'ultimo dio, il pi iniquo, era allora un titano. Non c' cosa che valga, nel mondo presente o futuro, che non fosse titanica.
ERACLE. Era un mondo di rupi.
PROMETEO. Tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli di sono quelli che non sanno la rupe. Non sanno ridere n piangere. Sorridono davanti al destino.
ERACLE. Sono loro che ti hanno inchiodato.
PROMETEO. Oh Eracle, il vittorioso  sempre un dio. Fin che l'uomo-titano combatte e tien duro, pu ridere e piangere. E se t'inchiodano, se sali sul monte, quest' la vittoria che il destino ti consente. Dobbiamo esserne grati. Che cos' una vittoria se non piet che si fa gesto, che salva gli altri a spese sue? Ciascuno lavora per gli altri, sotto la legge del destino. Io stesso, Eracle, se oggi vengo liberato, lo devo a qualcuno.
ERACLE. Ne ho vedute di peggio, e non ti ho ancora liberato.
PROMETEO. Eracle, non parlo di te. Tu sei pietoso e coraggioso. Ma la tua parte l'hai gi fatta.
ERACLE. Nulla ho fatto, Prometeo.
PROMETEO. Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di di. E gli di vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai gi fatto ogni cosa. Ricorda il centauro.
ERACLE. L'uomo-belva che ho ucciso stamane?
PROMETEO. Non si uccidono, i mostri. Non lo possono nemmeno gli di. Giorno verr che crederai di avere ucciso un altro mostro, e pi bestiale, e avrai soltanto preparato la tua rupe. Sai chi hai colpito stamattina?
ERACLE. Il centauro.
PROMETEO. Hai colpito Chirone, il pietoso, il buon amico dei titani e dei mortali.
ERACLE. Oh Prometeo...
PROMETEO. Non dolertene, Eracle. Siamo tutti consorti.  la legge del mondo che nessuno si liberi se per lui non si versa del sangue. Anche per te avverr lo stesso, sull'Oeta. E Chirone sapeva.
ERACLE. Vuoi dire che si  offerto?
PROMETEO. Certamente. Come un tempo io sapevo che il furto del fuoco sarebbe stato la mia rupe.
ERACLE. Prometeo, lascia che ti sciolga. Poi dimmi tutto, di Chirone e dell'Oeta.
PROMETEO. Sono gi sciolto, Eracle. Io potevo esser sciolto soltanto se un altro prendeva il mio posto. E Chirone si  fatto trafiggere da te, che la sorte mandava. Ma in questo mondo che  nato dal caos, regna una legge di giustizia. La piet, la paura e il coraggio sono solo strumenti. Nulla si fa che non ritorni. Il sangue che tu hai sparso e spargerai, ti spinger sul monte Oeta a morir la tua morte. Sar il sangue dei mostri che tu vivi a distruggere. E salirai su un rogo, fatto del fuoco che io ho rubato. 
ERACLE. Ma non posso morire, mi hai detto.
PROMETEO. La morte  entrata in questo mondo con gli di. Voi mortali temete la morte perch, in quanto di, li sapete immortali. Ma ciascuno ha la morte che si merita. Finiranno anche loro.
ERACLE. Come dici?
PROMETEO. Tutto non si pu dire. Ma ricrdati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore  la paura che t'incutono. Cos  degli di. Quando i mortali non ne avranno pi paura, gli di spariranno.
ERACLE. Torneranno i titani?
PROMETEO. Non ritorneranno i sassi e le selve. Ci sono. Quel che  stato sar.
ERACLE. Ma foste pure incatenati. Anche tu.
PROMETEO. Siamo un nome, non altro. Capiscimi, Eracle. E il mondo ha stagioni come i campi e la terra. Ritorna l'inverno, ritorna l'estate. Chi pu dire che la selva perisca? o che duri la stessa? Voi sarete i titani, fra poco. 
ERACLE. Noi mortali?
PROMETEO. Voi mortali o immortali, non conta.
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L'inconsolabile.
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Il sesso, l'ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a pi d'uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell'Ade e vittima lacerata come lo stesso Dioniso, valse di pi.
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(parlano Orfeo e Bacca).
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ORFEO.  andata cos. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano gi lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S'intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il frusco del suo passo. Ma io ero ancora laggi e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ci ch' stato sar ancora. Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ci ch' stato sar. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolo, come d'un topo che si salva.
BACCA. Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch'eri caro agli di e alle muse. Molte di noi ti seguono perch ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che solo tra gli uomini hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non  stata tua colpa se il destino ti ha tradito.
ORFEO. Che c'entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.
BACCA. Qui si dice che fu per amore.
ORFEO. Non si ama chi  morto.
BACCA. Eppure hai pianto per monti e colline l'hai cercata e chiamata sei disceso nell'Ade. Questo cos'era?
ORFEO. Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggi che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono pi nulla.
BACCA. Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
ORFEO. Per poi morire un'altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l'orrore dell'Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos' il nulla.
BACCA. E cos tu che cantando avevi riavuto il passato, l'hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.
ORFEO. Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L'Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Gi salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era l in quel barlume. Non m'import nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.
BACCA. Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un'esistenza.
ORFEO. Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell'Orfeo che discese nell'Ade, non era pi sposo n vedovo. Il mio pianto d'allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione  passata. Io cercavo, piangendo, non pi lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.
BACCA. Molte di noi ti vengon dietro perch credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?
ORFEO. O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.
BACCA. Qui noi siamo pi semplici, Orfeo. Qui crediamo all'amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste pi gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.
ORFEO. Visto dal lato della vita tutto  bello. Ma credi a chi  stato tra i morti... Non vale la pena.
BACCA. Un tempo non eri cos. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli di. Tu stesso insegnavi che un'ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa pi che umani... Tu hai veduto la festa.
ORFEO. Non  il sangue ci che conta, ragazza. N l'ebbrezza n il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo  ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.
BACCA. Senza di noi saresti nulla, Orfeo.
ORFEO. Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all'Ade...
BACCA. Sei disceso a cercarci.
ORFEO. Ma non vi ho trovate. Volevo tutt'altro. Che tornando alla luce ho trovato.
BACCA. Un tempo cantavi Euridice sui monti...
ORFEO. Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c' pi Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli di della festa qui non serve.
BACCA. Anche tu li invocavi.
ORFEO. Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che  stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l'ebbrezza. Tutto questo lo so, e non  nulla.
BACCA. Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero  solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.
ORFEO. E voi godetela la festa. Tutto  lecito a chi non sa ancora.  necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'orgia del mio destino  finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.
BACCA. E che vuol dire che un destino non tradisce?
ORFEO. Vuol dire che  dentro di te, cosa tua; pi profondo del sangue, di l da ogni ebbrezza. Nessun dio pu toccarlo.
BACCA. Pu darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com' dunque che scendiamo all'inferno anche noi?
ORFEO. Tutte le volte che s'invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell'Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.
BACCA. Dici cose cattive... Dunque hai perso la luce anche tu?
ORFEO. Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.
BACCA. Vale la pena di trovarsi in questo modo? C' una strada pi semplice d'ignoranza e di gioia. Il dio  come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.
ORFEO. Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.
BACCA. Forse  per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.
ORFEO. Sciocca. Con te si pu parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.
BACCA. Purch prima le donne di Tracia...
ORFEO. Di'.
BACCA. Purch non sbranino il dio.
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L'uomo-lupo.
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Licaone, signore d'Arcadia, per la sua inumanit venne mutato in lupo da Zeus. Ma il mito non dice dove e come sia morto.
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(parlano due cacciatori).
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PRIMO CACCIATORE. Non  la prima volta che s'ammazza una bestia.
SECONDO CACCIATORE. Ma  la prima che abbiamo ammazzato un uomo.
PRIMO CACCIATORE. Pensarci non  fatto nostro. Sono i cani che ce l'hanno stanato. Non tocca a noi dirci chi fosse. Quando l'abbiamo visto chiuso contro i sassi, canuto e insanguato, sguazzare nel fango, coi denti pi rossi degli occhi, chi pensava al suo nome e alle storie di un tempo? Mor mordendo il giavellotto come fosse la gola di un cane. Aveva il cuore della bestia oltre che il pelo. Da un pezzo per queste boscaglie non si vedeva un lupo simile o pi grosso.
SECONDO CACCIATORE. Io ci penso, al suo nome. Ero ancora ragazzo e gi dicevano di lui. Raccontavano cose incredibili di quando fu uomo che tent di scannare il Signore dei monti. Certo il suo pelo era colore della neve scarpicciata era vecchio, un fantasma e aveva gli occhi come sangue.
PRIMO CACCIATORE. Ora  fatta. Bisogna scuoiarlo e tornare in pianura. Pensa alla festa che ci attende.
SECONDO CACCIATORE. Ci muoveremo sotto l'alba. Che altro vuoi fare che scaldarci a questa legna? La guardia al cadavere la faranno i molossi.
PRIMO CACCIATORE. Non  un cadavere,  soltanto una carcassa. Ma dobbiamo scuoiarlo, altrimenti ci diventa pi duro di un sasso.
SECONDO CACCIATORE. Mi domando se, presa la pelle, si dovr sotterrarlo. Una volta era un uomo. Il suo sangue ferino l'ha sparso nel fango. E rester quel mucchio nudo di ossa e carne come di un vecchio o di un bambino.
PRIMO CACCIATORE. Che fosse vecchio non hai torto. Era gi lupo quando ancora le montagne eran deserte. S'era fatto pi vecchio dei tronchi canuti e muffiti. Chi si ricorda ch'ebbe un nome e fu qualcuno? Se vogliamo essere schietti, avrebbe dovuto esser morto da un pezzo.
SECONDO CACCIATORE. Ma il suo corpo restare insepolto... Fu Licaone, un cacciatore come noi.
PRIMO CACCIATORE. A ciascuno di noi pu toccare la morte sui monti, e nessuno trovarci mai pi se non la pioggia o l'avvoltoio. Se fu davvero un cacciatore,  morto male.
SECONDO CACCIATORE. Si  difeso da vecchio, con gli occhi. Ma tu in fondo non credi che sia stato tuo simile. Non credi al suo nome. Se lo credessi, non vorresti insultarne il cadavere perch sapresti che anche lui spregiava i morti, anche lui visse torvo e inumano non per altro il Signore dei monti ne fece una belva.
PRIMO CACCIATORE. Si racconta di lui che cuoceva i suoi simili.
SECONDO CACCIATORE. Conosco uomini che han fatto molto meno, e sono lupi non gli manca che l'urlo e rintanarsi nei boschi. Sei cos certo di te stesso da non sentirti qualche volta Licaone come lui? Tutti noialtri abbiamo giorni che, se un dio ci toccasse, urleremmo e saremmo alla gola di chi ci resiste. Che cos' che ci salva se non che al risveglio ci ritroviamo queste mani e questa bocca e questa voce? Ma lui non ebbe scappatoie lasci per sempre gli occhi umani e le case. Ora almeno ch' morto, dovrebbe avere pace. 
PRIMO CACCIATORE. Io non credo che avesse bisogno di pace. Chi pi in pace di lui, quando poteva accovacciarsi sulle rupi e ululare alla luna? Sono vissuto abbastanza nei boschi per sapere che i tronchi e le belve non temono nulla di sacro, e non guardano al cielo che per stormire o sbadigliare. C' anzi qualcosa che li uguaglia ai signori del cielo: quantunque facciano, non han rimorsi.
SECONDO CACCIATORE. A sentirti parrebbe che quello del lupo sia un alto destino.
PRIMO CACCIATORE. Non so se alto o basso, ma hai mai sentito di una bestia o di una pianta che si facesse essere umano? Invece questi luoghi sono pieni di uomini e donne toccati dal dio chi divenne cespuglio, chi uccello, chi lupo. E per empio che fosse, per delitti che avesse commesso, guadagn che non ebbe pi le mani rosse, sfugg al rimorso e alla speranza, si scord di essere uomo. Provan altro gli di?
SECONDO CACCIATORE. Un castigo  un castigo, e chi l'infligge almeno in questo ha compassione, che toglie all'empio l'incertezza, e del rimorso fa destino. Se anche la bestia si  scordata del passato e vive solo per la presa e la morte, resta il suo nome, resta quello che fu. C' l'antica Callisto sepolta sul colle. Chi sa pi il suo delitto? I signori del cielo l'hanno molto punita. Di una donna era bella, si dice fare un'orsa che rugge e che lacrima, che nella notte per paura vuol tornare nelle case. Ecco una belva che non ebbe pace. Venne il figlio e l'uccise di lancia, e gli di non si mossero. C' anche chi dice che, pentiti, ne fecero un groppo di stelle. Ma rimase il cadavere e questo  sepolto.
PRIMO CACCIATORE. Che vuoi dire? Conosco le storie. E che Callisto non sapesse rassegnarsi, non  colpa degli di.  come chi va malinconico a un banchetto o s'ubriaca a un funerale. S'io fossi lupo, sarei lupo anche nel sonno.
SECONDO CACCIATORE. Non conosci la strada del sangue. Gli di non ti aggiungono n tolgono nulla. Solamente, d'un tocco leggero, t'inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino. Questo vuol dire, farsi lupo. Ma resti quello che  fuggito dalle case, resti l'antico Licaone.
PRIMO CACCIATORE. Vuoi dunque dire che, azzannato dai molossi, Licaone pat come un uomo cui si desse la caccia coi cani?
SECONDO CACCIATORE. Era vecchio, sfinito; tu stesso consenti che non seppe difendersi. Mentre moriva senza voce sulle pietre, io pensavo a quei vecchi pezzenti che si fermano a volte davanti ai cortili, e i cani si strozzano alla catena per morderli. Anche questo succede, nelle case laggi. Diciamo pure che  vissuto come un lupo. Ma, morendo e vedendoci, cap di esser uomo. Ce lo disse con gli occhi.
PRIMO CACCIATORE. Amico, e credi che gl'importi di marcire sottoterra come un uomo, lui che l'ultima cosa che ha visto eran uomini in caccia?
SECONDO CACCIATORE. C' una pace di l dalla morte. Una sorte comune. Importa ai vivi, importa al lupo che  in noi tutti. Ci  toccato di ucciderlo. Seguiamo almeno l'usanza, e lasciamo l'ingiuria agli di. Torneremo alle case con le mani pulite.
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L'ospite.
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La Frigia e la Lidia furon sempre paesi di cui i Greci amarono raccontare atrocit. Beninteso, era tutto accaduto a casa loro, ma in tempi pi antichi. Inutile dire chi perse la gara della mietitura.
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(parlano Litierse e Eracle).
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LITIERSE. Ecco il campo, straniero. Anche noi siamo ospitali come voialtri a casa vostra. Di qua non ti  possibile scampare, e come hai mangiato e bevuto con noi, la nostra terra si berr il tuo sangue. Quest'altr'anno il Meandro vedr un grano fitto e spesso pi di questo.
ERACLE. Molti ne avete uccisi in passato sul campo?
LITIERSE. Abbastanza. Ma nessuno che avesse la tua forza o bastasse da solo. E sei rosso di pelo, hai le pupille come fiori darai vigore a questa terra.
ERACLE. Chi vi ha insegnato quest'usanza?
LITIERSE. Si  sempre fatto. Se non nutri la terra, come puoi chiederle che nutra te?
ERACLE. Gi quest'anno il tuo grano mi sembra in rigoglio. Giunge alla spalla di chi miete. Chi avevate scannato?
LITIERSE. Non ci venne nessun forestiero. Uccidemmo un vecchio servo e un caprone. Fu un sangue molle che la terra sent appena. Vedi la spiga, com' vana. Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare, schiumare nel sole. Per questo ti faremo mietere, portare i covoni, grondare fatica, e soltanto alla fine, quando il tuo sangue ferver vivo e schietto, sar il momento di aprirti la gola. Tu sei giovane e forte.
ERACLE. I vostri di che cosa dicono?
LITIERSE. Non c' di sopra il campo. C' soltanto la terra, la Madre, la Grotta, che attende sempre e si riscuote soltanto sotto il fiotto di sangue. Questa sera, straniero, sarai tu stesso nella grotta.
ERACLE. Voialtri Frigi non scendete nella grotta?
LITIERSE. Noi ne usciamo nascendo, e non c' fretta di tornarci.
ERACLE. Ho capito. E cos l'escremento del sangue  necessario ai vostri di.
LITIERSE. Non di ma la terra, straniero. Voi non vivete su una terra?
ERACLE. I nostri di non sono in terra, ma reggono il mare e la terra, la selva e la nuvola, come il pastore tiene il gregge e il padrone comanda ai suoi servi. Se ne stanno appartati, sul monte, come i pensieri dentro gli occhi di chi parla o come le nuvole in cielo. Non hanno bisogno di sangue.
LITIERSE. Non ti capisco, ospite straniero. La nuvola la rupe la grotta hanno per noi lo stesso nome e non si appartano. Il sangue che la Madre ci ha dato glielo rendiamo in sudore, in escremento, in morte.  proprio vero che tu vieni di lontano. Quei vostri di non sono nulla.
ERACLE. Sono una stirpe d'immortali. Hanno vinto la selva, la terra e i suoi mostri. Hanno cacciato nella grotta tutti quelli come te che spargevano il sangue per nutrire la terra.
LITIERSE. Oh vedi, i tuoi di sanno quel che si fanno. Anche loro han dovuto saziare la terra. E del resto tu sei troppo robusto per essere nato da una terra non sazia.
ERACLE. Su dunque, Litierse, si miete?
LITIERSE. Ospite, sei strano. Mai nessuno sinora ha detto questo davanti al campo. Non la temi la morte sul covone? Speri forse di fuggire tra i solchi come una quaglia o uno scoiattolo?
ERACLE. Se ho ben capito, non  morte ma ritorno alla Madre e come un dono ospitale. Tutti questi villani che s'affaticano sul campo, saluteranno con preghiere e con canti chi dar il sangue per loro.  un grande onore.
LITIERSE. Ospite, grazie. Ti assicuro che il servo che abbiamo scannato l'altr'anno non diceva cos. Era vecchio e sfinito eppure si dovette legarlo con ritorte di scorza e a lungo si dibatt sotto le falci, tanto che prima di cadere s'era gi tutto dissanguato.
ERACLE. Questa volta, Litierse, andr meglio. E dimmi, ucciso l'infelice, che ne fate?
LITIERSE. Lo si lacera ancor semivivo, e i brani li spargiamo nei campi a toccar la Madre. Conserviamo la testa sanguinosa avvolgendola in spighe e fiori, e tra canti e allegrie la gettiamo nel Meandro. Perch la Madre non  terra soltanto ma, come ti ho detto, anche nuvola e acqua.
ERACLE. Sai molte cose, tu Litierse, non per nulla sei signore dei campi in Celene. E a Pessino, dimmi, ne uccidono molti?
LITIERSE. Dappertutto, straniero, si uccide sotto il sole. Il nostro grano non germoglia che da zolle toccate. La terra  viva, e deve pure esser nutrita.
ERACLE. Ma perch chi uccidete dev'essere straniero? La terra, la grotta che vi ha fatti, dovr pur preferire di riprendersi i succhi che pi le somigliano. Anche tu, quando mangi, non preferisci il pane e il vino del tuo campo?
LITIERSE. Tu mi piaci, straniero, ti prendi a cuore il nostro bene come se fossi figlio nostro. Ma rifletti un momento perch duriamo la fatica e l'affanno di questi lavori. Per vivere, no? E dunque  giusto che noi restiamo in vita a goderci la messe, e che muoiano gli altri. Tu non sei contadino.
ERACLE. Ma non sarebbe anche pi giusto trovare il modo di por fine alle uccisioni e che tutti, stranieri e paesani, mangiassero il grano? Uccidere un'ultima volta chi da solo fecondasse per sempre la terra e le nubi e la forza del sole su questa piana?
LITIERSE. Tu non sei contadino, lo vedo. Non sai nemmeno che la terra ricomincia a ogni solstizio e che il giro dell'anno esaurisce ogni cosa.
ERACLE. Ma ci sar su questa piana chi si  nutrito, risalendo i suoi padri, di tutti i succhi delle stagioni, chi  tanto ricco e tanto forte e di sangue cos generoso, da bastare una volta per tutte a rifare la terra delle stagioni passate?
LITIERSE. Tu mi fai ridere, straniero. Sembra quasi che parli di me. Sono il solo in Celene che, attraverso i miei padri, sono sempre vissuto quaggi. Sono il signore, e tu lo sai.
ERACLE. Parlo infatti di te. Mieteremo, Litierse. Sono venuto dalla Grecia per quest'opera di sangue. Mieteremo. E stasera rientrerai nella grotta.
LITIERSE. Vuoi uccidere me, sul mio campo?
ERACLE. Voglio combattere con te fino alla morte.
LITIERSE. Sai almeno menarla la falce, straniero?
ERACLE. Stai tranquillo, Litierse. Fatti sotto.
LITIERSE. Certo, le braccia le hai robuste.
ERACLE. Fatti sotto.
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I fuochi.
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Anche i Greci praticarono sacrifici umani. Ogni civilt contadina ha fatto questo. E tutte le civilt sono state contadine.
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(parlano due pastori).
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FIGLIO. Tutta la montagna brucia.
PADRE. Si fa tanto per fare. Certo stanotte il Citerone  un'altra cosa. Quest'anno pascoliamo troppo in alto. Hai raccolto le bestie?
FIGLIO. Il nostro fal non lo vede nessuno.
PADRE. Noi lo facciamo, non importa.
FIGLIO. Ci sono pi fuochi che stelle.
PADRE. Metti la brace.
FIGLIO.  fatto.
PADRE. O Zeus, accogli quest'offerta di latte e miele dolce; noi siamo poveri pastori e del gregge non nostro non possiamo disporre. Questo fuoco che brucia allontani i malanni e, come si copre di spire di fumo, ci copra di nubi... Bagna e spruzza, ragazzo. Basta che uccidano il vitello nelle grosse masserie. Se piove, piove dappertutto.
FIGLIO. Padre, laggi son fuochi o stelle?
PADRE. Non guardare di l. Devi spruzzare verso il mare. Le piogge salgono dal mare.
FIGLIO. Padre, la pioggia va lontano? Piove davvero dappertutto, quando piove? Anche a Tespie? Anche a Tebe? Lass il mare non l'hanno.
PADRE. Ma hanno i pascoli, sciocco. Han bisogno di pozzi. Anche loro stanotte hanno acceso i fal.
FIGLIO. Ma dopo Tespie? Pi lontano? Dove la gente che cammina giorno e notte  sempre in mezzo alle montagne? A me hanno detto che lass non piove mai.
PADRE. Dappertutto stanotte ci sono i fal.
FIGLIO. Perch adesso non piove? I fal li hanno accesi.
PADRE.  la festa, ragazzo. Se piovesse li spegnerebbe. A chi conviene? Piover domani.
FIGLIO. E sui fal mentre ancora bruciavano non  mai piovuto?
PADRE. Chi lo sa? Tu non eri ancor nato e io nemmeno, e gi accendevano i fal. Sempre stanotte. Si dice che una volta  piovuto, sul fal.
FIGLIO. S?
PADRE. Ma  stato quando l'uomo viveva pi giusto che adesso, e anche i figli dei re eran pastori. Tutta questa terra era come l'aia, allora, pulita e battuta, e ubbidiva al re Atamante. Si lavorava e si viveva e non c'era bisogno di nascondere i capretti al padrone. Dicono che venne una tremenda canicola e cos i pascoli e i pozzi seccarono e la gente moriva. I fal non servivano a niente. Allora Atamante chiese consiglio. Ma era vecchio e aveva in casa da poco una sposa, giovane che comandava, e cominci a empirgli la testa che non era il momento di mostrarsi molle, di perdere il credito. Avevano pregato e spruzzato? S. Avevano ucciso il vitello e il toro, molti tori? S. Che cos'era seguito? Niente. Dunque offrissero i figli. Capisci? Ma non mica i suoi di lei, che non li aveva: figurarsi; i due figli gi grandi della prima moglie, due ragazzi che lavoravano in campagna tutto il giorno. E Atamante, balordo, si decise: li manda a chiamare. Quelli capiscono, si sa, i figli del re non sono scemi, e allora gambe. E con loro sparirono le prime nuvole, che appena saputa una cosa simile un dio aveva mandato sulla campagna. E subito quella strega a dire: "Vedete? l'idea era giusta, le nuvole gi c'erano; qui bisogna scannare qualcuno". E tanto fa che la gente decide di pigliarsi Atamante e bruciarlo. Preparano il fuoco, lo accendono; conducono Atamante legato e infiorato come il bue, e quando stanno per buttarlo nel fal il tempo si guasta. Tuona, lampeggia e viene gi un'acqua da dio. La campagna rinasce. L'acqua spegne il fal e Atamante, buon uomo, perdona tutti, anche la moglie. Stai attento, ragazzo, alle donne.  pi facile conoscere la serpe dal serpe.
FIGLIO. E i figlioli del re?
PADRE. Non se n' pi saputo niente. Ma due ragazzi come quelli avran trovato da far bene.
FIGLIO. E se a quel tempo erano giusti, perch volevano bruciare due ragazzi?
PADRE. Scemo, non sai cos' canicola. Io ne ho viste e tuo nonno ne ha viste. Non  niente l'inverno. L'inverno si pena ma si sa che fa bene ai raccolti. La canicola no. La canicola brucia. Tutto muore, e la fame e la sete ti cambiano un uomo. prendi uno che non abbia mangiato:  attaccabriga. E tu pensa quella gente che andavano tutti d'accordo e ognuno aveva la sua terra, abituati a far bene e a star bene. Si asciugano i pozzi, si bruciano i grani, hanno fame e hanno sete. Ma diventano bestie feroci.
FIGLIO. Era gente cattiva.
PADRE. Non pi cattiva di noialtri. La nostra canicola sono i padroni. E non c' pioggia che ci possa liberare.
FIGLIO. Non mi piacciono pi questi fuochi. Perch gli di ne hanno bisogno?  vero che una volta ci bruciavano sempre qualcuno?
PADRE. Andavan piano. Ci bruciavano zoppi, fannulloni, e insensati. Ci bruciavano chi non serviva. Chi rubava sui campi. Tanto gli di se ne accontentavano. Bene o male, pioveva.
FIGLIO. Non capisco che gusto gli di ci trovassero. Se pioveva lo stesso. Anche Atamante. Han spento il rogo.
PADRE. Vedi, gli di sono i padroni. Sono come i padroni. Vuoi che vedessero bruciare uno di loro? Tra loro si aiutano. Noi invece nessuno ci aiuta. Faccia pioggia o sereno, che cosa gl'importa agli di? Adesso s'accendono i fuochi, e si dice che fa piovere. Che cosa gliene importa ai padroni? Li hai mai visti venire sul campo?
FIGLIO. Io no.
PADRE. E dunque. Se una volta bastava un fal per far piovere, bruciarci sopra un vagabondo per salvare un raccolto, quante case di padroni bisogna incendiare, quanti ammazzarne per le strade e per le piazze, prima che il mondo torni giusto e noi si possa dir la nostra?
FIGLIO. E gli di?
PADRE. Cosa c'entrano?
FIGLIO. Non hai detto che di e padroni si tengono mano? Sono loro i padroni.
PADRE. Scanneremo un capretto. Che farci? Ammazzeremo i vagabondi e chi ci ruba. Bruceremo un fal.
FIGLIO. Vorrei che fosse gi mattino. A me gli di fanno paura.
PADRE. E fai bene. Gli di vanno tenuti dalla nostra. Alla tua et  una brutta cosa non pensarci.
FIGLIO. Io non voglio pensarci. Sono ingiusti, gli di. Che bisogno hanno che si bruci gente viva?
PADRE. Se non fosse cos, non sarebbero di. Chi non lavora come vuoi che passi il tempo? Quando non c'erano i padroni e si viveva con giustizia, bisognava ammazzare ogni tanto qualcuno per farli godere. Sono fatti cos. Ma ai nostri tempi non ne han pi bisogno. Siamo in tanti a star male, che gli basta guardarci.
FIGLIO. Vagabondi anche loro.
PADRE. Vagabondi. Ne hai detta una giusta.
FIGLIO. Cosa dicevano bruciando sul fal, i ragazzi storpi? Gridavano molto?
PADRE. Non  tanto il gridare.  chi grida, che conta. Un storpio o un cattivo non fanno niente di bene. Ma  un po' peggio quando un uomo che ha dei figli vede ingrassare i fannulloni. Questo  ingiusto.
FIGLIO. Io non posso star fermo pensando ai fal d'una volta. Guarda laggi quanti ne accendono.
PADRE. Non bruciavano mica un ragazzo per ogni fuoco.  come adesso col capretto. Figurarsi. Se uno fa piovere, piove per tutti. Bastava un uomo per montagna, per paese.
FIGLIO. Io non voglio, capisci, non voglio. Fanno bene i padroni a mangiarci il midollo, se siamo stati cos ingiusti tra noialtri. Fanno bene gli di a guardarci patire. Siamo tutti cattivi.
PADRE. Bagna le frasche adesso e spruzza. Sei ancora ignorante. Proprio tu sai parlare di giusto e d'ingiusto. Verso il mare, zuccone... O Zeus, accogli quest'offerta...
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L'isola.
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Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, rest nove anni sull'isola Ogigia, dove non c'era che Calipso, antica dea.
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(parlano Calipso e Odisseo).
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CALIPSO. Odisseo, non c' nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un'isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dir quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perch continuare? Che t'importa che l'isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C' un po' di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO. Una vita immortale.
CALIPSO. Immortale  chi accetta l'istante. Chi non conosce pi un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto? 
ODISSEO. Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO. Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perch questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perch i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?
ODISSEO. Se domani io partissi tu saresti infelice?
CALIPSO. Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l'orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
ODISSEO. Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?
CALIPSO. Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto perch anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi di che il mondo ignora? perch sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, chi  Calipso?
ODISSEO. Ti ho chiesto se tu sei felice.
CALIPSO. Non  questo, Odisseo. L'aria, anche l'aria di quest'isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi d'uccelli,  troppo vuota. In questo vuoto non c' nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che  come la traccia di un'antica tensione e presenza scomparse?
ODISSEO. Dunque anche tu parli agli scogli?
CALIPSO.  un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che  stato e non sar mai pi. Nel vecchio mondo degli di quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; pass del tempo, non mi volli pi muovere. Qualcuna di noi resist ai nuovi di; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mut e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perch i vecchi non avevano conteso con noialtri.
ODISSEO. Ma non eri immortale?
CALIPSO. E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l'istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perch non vuoi posare il capo come me, su quest'isola?
ODISSEO. Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO.  un reciproco bene, Odisseo. Non c' vero silenzio se non condiviso.
ODISSEO. Non ti basta che sono con te quest'oggi?
CALIPSO. Non sei con me, Odisseo. Tu non accetti l'orizzonte di quest'isola. E non sfuggi al rimpianto.
ODISSEO. Quel che rimpiango  parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa  mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch'eri sola e ch'eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti  stato tolto. Quel che sei l'hai voluto.
CALIPSO. Quello che sono  quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un'ombra come te.  un lungo sonno cominciato chi sa quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l'alba, il risveglio; se tu vai via,  il risveglio.
ODISSEO. Sei tu, la signora, che parli?
CALIPSO. Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest'isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un'altr'isola in te.
ODISSEO. Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO. Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si  perduto  sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all'andare del tempo. Tu che hai visto l'oceano, i mostri e l'Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?
ODISSEO. Tu stessa hai detto che porto l'isola in me.
CALIPSO. Oh mutata, perduta, un silenzio. L'eco di un mare tra gli scogli o un po' di fumo. Con te nessuno potr condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai pi solo che nel mare.
ODISSEO. Sapr almeno che devo fermarmi.
CALIPSO. Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai pi. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo...
ODISSEO. Non sono immortale.
CALIPSO. Lo sarai, se mi ascolti. Che cos' vita eterna se non questo accettare l'istante che viene e l'istante che va? L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos' stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO. Se lo sapessi avrei gi smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO. Dimmi.
ODISSEO. Quello che cerco l'ho nel cuore, come te.
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Il lago.
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Ippolito, cacciatore vergine di Trezene, mor di mala morte per dispetto di Afrodite. Ma Diana, resuscitatolo, lo trafug in Italia (l'Esperia) sui monti Albani dove lo adib al suo culto, chiamandolo Virbio. Virbio ebbe figli dalla ninfa Aricia.
Per gli antichi l'Occidente si pensi all'Odissea era il paese dei morti.
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(parlano Virbio e Diana).
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VIRBIO. Ti dir che venendoci mi piacque. Questo lago mi parve il mare antico. E fui lieto di viver la tua vita, di esser morto per tutti, di servirti nel bosco e sui monti. Qui le belve, le vette, i villani non san nulla, non conoscono che te.  un paese senza cose passate, un paese dei morti.
DIANA. Ippolito...
VIRBIO. Ippolito  morto, tu mi hai chiamato Virbio.
DIANA. Ippolito, nemmeno morendo voi mortali scordate la vita?
VIRBIO. Senti. Per tutti sono morto e ti servo. Quando tu mi hai strappato all'Ade e ridato alla luce, non chiedevo che di muovermi, respirare e venerarti. Mi hai posto qui dove terra e cielo risplendono, dove tutto  sapido e vigoroso, tutto  nuovo. Anche la notte qui  giovane e fonda, pi che in patria. Qui il tempo non passa. Non si fanno ricordi. E tu sola regni qui.
DIANA. Sei tutto intriso di ricordi, Ippolito. Ma voglio ammettere un istante che questa sia terra di morti: che altro si fa nell'Ade se non riandare il passato?
VIRBIO. Ippolito  morto, ti dico. E questo lago che somiglia al cielo non sa nulla d'Ippolito. Se io non ci fossi, questa terra sarebbe ugualmente com'. Pare un paese immaginato, veduto di l dalle nubi. Una volta ero ancora ragazzo pensai che dietro i monti di casa, lontano, dove il sole calava bastava andare, andare sempre sarei giunto al paese infantile del mattino, della caccia, del gioco perenne. Uno schiavo mi disse: "Bada a quel che desideri, piccolo. Gli di lo concedono sempre". Era questo. Non sapevo di volere la morte.
DIANA. Questo  un altro ricordo. Di che cosa ti lagni?
VIRBIO. O selvaggia, non so. Sembra ieri che aprii gli occhi quaggi. So che  passato tanto tempo, e questi monti, quest'acqua, questi alberi grandi sono immobili e muti. Chi  Virbio? Sono altra cosa da un ragazzo che ogni mattina si ridesta e torna al gioco come se il tempo non passasse?
DIANA. Tu sei Ippolito, il ragazzo che mor per seguirmi. E ora vivi oltre il tempo. Non hai bisogno di ricordi. Con me si vive alla giornata, come la lepre, come il cervo, come il lupo. E si fugge, s'insegue sempre. Questa non  terra di morti, ma il vivo crepuscolo di un mattino perenne. Non hai bisogno di ricordi, perch questa vita l'hai sempre saputa.
VIRBIO. Eppure il sito qui  davvero pi vivo che in patria. C' in tutte le cose e nel sole una luce radiosa come venisse dall'interno, un vigore che si direbbe non ancora intaccato dai giorni. Che cos' per voi di questa terra d'Esperia?
DIANA. Non diversa dalle altre sotto il cielo. Noi non viviamo di passato o d'avvenire. Ogni giorno  per noi come il primo. Quel che a te pare un gran silenzio  il nostro cielo.
VIRBIO. Pure ho vissuto in luoghi che ti sono pi cari. Ho cacciato sul Ddimo, corse le spiagge di Trezene, paesi poveri e selvaggi come me. Ma in questo inumano silenzio, in questa vita oltre la vita non avevo mai tratto il respiro. Cos' che la fa solitudine?
DIANA. Ragazzo che sei. Un paese dove l'uomo non era mai stato, sar sempre una terra dei morti. Dal tuo mare e dalle isole ne verranno degli altri, e crederanno di varcare l'Ade. E ci sono altre terre pi remote...
VIRBIO. Altri laghi, altri mattini come questi. L'acqua  pi azzurra delle prgnole tra il verde. Mi par di essere un'ombra tra le ombre degli alberi. Pi mi scaldo a questo sole e mi nutro a questa terra, pi mi pare di sciogliermi in stille e brusii, nella voce del lago, nei ringhi del bosco. C' qualcosa di remoto dietro ai tronchi, nei sassi, nel mio stesso sudore.
DIANA. Queste sono le smanie di quand'eri ragazzo.
VIRBIO. Non sono pi un ragazzo. Conosco te e vengo dall'Ade. La mia terra  lontana come le nuvole lass. Ecco, passo fra i tronchi e le cose come fossi una nuvola.
DIANA. Tu sei felice, Ippolito. Se all'uomo  dato esser felice, tu lo sei.
VIRBIO.  felice il ragazzo che fui, quello che  morto. Tu l'hai salvato, e ti ringrazio. Ma il rinato, il tuo servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non  felice, perch nemmeno sa se esiste. Chi gli risponde? chi gli parla? l'oggi aggiunge qualcosa al suo ieri?
DIANA. Dunque, Virbio,  tutto qui? Vuoi compagnia?
VIRBIO. Tu lo sai ci che voglio.
DIANA. I mortali finiscono sempre per chiedere questo. Ma che avete nel sangue?
VIRBIO. Tu chiedi a me che cosa  il sangue?
DIANA. C' un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l'altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco cos bene. So che  per voi vita e destino.
VIRBIO. Gi una volta l'ho sparso. E sentirlo inquieto e smarrito quest'oggi, mi d la prova che son vivo. N il vigore delle piante n la luce del lago mi bastano. Queste cose son come le nuvole, erranti eterne del mattino e della sera, guardiane degli orizzonti, le figure dell'Ade. Solamente altro sangue pu calmare il mio. E che scorra inquieto, e poi sazio.
DIANA. A pigliarti in parola, tu vorresti sgozzare.
VIRBIO. Non hai torto, selvaggia. Prima, quando ero Ippolito, sgozzavo le belve. Mi bastava. Ora qui, in questa terra dei morti, anche le belve mi dileguano tra mano come nubi. La colpa  mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
DIANA. Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
VIRBIO. Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice.
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Le streghe.
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Odisseo giunse da Circe, avvertito del pericolo e immunizzato magicamente contro gli incanti. Di qui, l'inutilit del colpo di bacchetta della maga. Ma la maga antica dea mediterranea scaduta di rango sapeva da tempo che nel suo destino sarebbe entrato un Odisseo. Di ci Omero non ha tenuto quel conto che si vorrebbe.
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(parlano Circe e Leucotea).
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CIRCE. Credimi, Leuc, l per l non capii. Succede a volte di sbagliare la formula, succede un'amnesia. Eppure l'avevo toccato. La verit  che l'aspettavo da tanto tempo che non ci pensavo pi. Appena capii tutto lui aveva fatto un balzo e messo mano alla spada mi venne da sorridere tanta fu la contentezza e insieme la delusione. Pensai perfino di poterne fare a meno, di sfuggire alla sorte. "Dopotutto  Odisseo" pensai, "uno che vuol tornare a casa". Pensavo gi d'imbarcarlo. Cara Leuc. Lui dimenava quella spada ridicolo e bravo come solo un uomo sa essere e io dovevo sorridere e squadrarlo come faccio con loro, e stupirmi e scostarmi. Mi sentivo come una ragazza, come quando eravamo ragazze e ci dicevano che cosa avremmo fatto da grandi e noi gi a ridere. Tutto si svolse come un ballo. Lui mi prese per i polsi, alz la voce, io divenni di tutti i colori per ero pallida, Leuc gli abbracciai le ginocchia e cominciai la mia battuta: "Chi sei tu? da quale terra generato..." Poveretto, pensavo, lui non sa quel che gli tocca. Era grande, ricciuto, un bell'uomo, Leuc. Che stupendo maiale, che lupo, avrebbe fatto.
LEUCOTEA. Ma queste cose gliele hai dette, nell'anno che ha passato con te?
CIRCE. Oh ragazza, non parlare delle cose del destino con un uomo. Loro credono di aver detto tutto quando l'hanno chiamato la catena di ferro, il decreto fatale. Noi ci chiamano le signore fatali, lo sai.
LEUCOTEA. Non sanno sorridere.
CIRCE. S. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita  cos breve che non possono accettare di far cose gi fatte o sapute. Anche lui, l'Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope.
LEUCOTEA. Che noia.
CIRCE. S ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire  s un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s'illudono che cambi qualcosa.
LEUCOTEA. Perch allora non volle diventare un maiale?
CIRCE. Ah Leuc, non volle nemmeno diventare un dio, e sai quanto Calipso lo pregasse, quella sciocca. Odisseo era cos, n maiale n dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino.
LEUCOTEA. Dimmi, cara, ti  molto piaciuto con lui?
CIRCE. Penso una cosa, Leuc. Nessuna di noi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna l'ha mai desiderato. Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena.
LEUCOTEA. Tu vorresti?
CIRCE. Che dici, Leuc... Odisseo non capiva perch sorridevo. Non capiva sovente nemmeno che sorridevo. Una volta credetti di avergli spiegato perch la bestia  pi vicina a noialtri immortali che non l'uomo intelligente e coraggioso. La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria. Lui mi rispose che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo nome. Capisci, Leuc, quel cane aveva un nome.
LEUCOTEA. Anche a noialtre dnno un nome, gli uomini.
CIRCE. Molti nomi mi diede Odisseo stando sul mio letto. Ogni volta era un nome. Dapprincipio fu come il grido della bestia, di un maiale o del lupo, ma lui stesso a poco a poco si accorse ch'eran sillabe di una sola parola. Mi ha chiamata coi nomi di tutte le dee, delle nostre sorelle, coi nomi della madre, delle cose della vita. Era come una lotta con me, con la sorte. Voleva chiamarmi, tenermi, farmi mortale. Voleva spezzare qualcosa. Intelligenza e coraggio ci mise ne aveva ma non seppe sorridere mai. Non seppe mai cos' il sorriso degli di di noi che sappiamo il destino.
LEUCOTEA. Nessun uomo capisce noialtre, e la bestia. Li ho veduti i tuoi uomini. Fatti lupi o maiali, ruggiscono ancora come uomini interi.  uno strazio. Nella loro intelligenza sono ben rozzi. Tu hai molto giocato con loro?
CIRCE. Me li godo, Leuc. Me li godo come posso. Non mi fu dato avere un dio nel mio letto, e di uomini soltanto Odisseo. Tutti gli altri che tocco diventano bestia e s'infuriano, e mi cercano cos, come bestie. Io li prendo, Leuc: la loro furia non  meglio n peggio dell'amore di un dio. Ma con loro non devo nemmeno sorridere; li sento coprirmi e poi scappare a rintanarsi. Non mi succede di abbassare gli occhi.
LEUCOTEA. E Odisseo...
CIRCE. Non mi chiedo chi siano... Vuoi sapere chi fosse Odisseo?
LEUCOTEA. Dimmi, Circe.
CIRCE. Una sera mi descrisse il suo arrivo in Eea, la paura dei compagni, le sentinelle poste alle navi. Mi disse che tutta la notte ascoltarono i ringhi e i ruggiti, distesi nei mantelli sulla spiaggia del mare. E poi che, apparso il giorno, videro di l dalla selva levarsi una spira e che gridarono di gioia, riconoscendo la patria e le case. Queste cose mi disse sorridendo come sorridono gli uomini seduto al mio fianco davanti al camino. Disse che voleva scordarsi chi ero e dov'era, e quella sera mi chiam Penelope.
LEUCOTEA. O Circe, cos sciocco  stato?
CIRCE. Leucina, anch'io fui sciocca e gli dissi di piangere.
LEUCOTEA. Figrati.
CIRCE. No, che non pianse. Sapeva che Circe ama le bestie, che non piangono. Pianse pi tardi, pianse il giorno che gli dissi il lungo viaggio che restava e la discesa nell'Averno e il buio pesto dell'Oceano. Questo pianto che pulisce lo sguardo e d forza, lo capisco anch'io Circe. Ma quella sera mi parl ridendo ambiguo della sua infanzia e del destino, e mi chiese di me. Ridendo parlava, capisci.
LEUCOTEA. Non capisco.
CIRCE. Ridendo. Con la bocca e la voce. Ma gli occhi pieni di ricordi. E poi mi disse di cantare. E cantando mi misi al telaio e la mia voce rauca la feci voce della casa e dell'infanzia, la raddolcii, gli fui Penelope. Si prese il capo fra le mani.
LEUCOTEA. Chi rideva alla fine?
CIRCE. Nessuno, Leuc. Anch'io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l'unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi.
LEUCOTEA. E quest'uomo amava un cane?
CIRCE. Un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare. E il ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos'era, e arricchiva la terra di parole e di fatti.
LEUCOTEA. Oh Circe, non ho i tuoi occhi ma qui voglio sorridere anch'io. Fosti ingenua. Gli avessi detto che il lupo e il maiale ti coprivano come una bestia, sarebbe caduto, si sarebbe imbestiato anche lui.
CIRCE. Gliel'ho detto. Storse appena la bocca. Dopo un poco mi disse: "Purch non siano i miei compagni".
LEUCOTEA. Dunque geloso.
CIRCE. Non geloso. Teneva a loro. Capiva ogni cosa. Tranne il sorriso di noi di. Quel giorno che pianse sul mio letto non pianse per la paura, ma perch l'ultimo viaggio gli era imposto dal fato, era una cosa gi saputa. "E allora perch farlo?" mi chiese cingendosi la spada e camminando verso il mare. Io gli portai l'agnella nera e, mentre i compagni piangevano, lui avvist un volo di rondini sul tetto e mi disse: "Se ne vanno anche loro. Ma loro non san quel che fanno. Tu, signora, lo sai".
LEUCOTEA. Nient'altro ti ha detto?
CIRCE. Nient'altro.
LEUCOTEA. Circe, perch non l'hai ucciso?
CIRCE. Ah sono davvero una stupida. Qualche volta dimentico che noialtre sappiamo. E allora mi diverto come fossi ragazza. Come se tutte queste cose avvenissero ai grandi, agli Olimpici, e avvenissero cos, inesorabili ma fatte di assurdo, d'improvviso. Quello che mai prevedo  appunto di aver preveduto, di sapere ogni volta quel che far e quel che dir e quello che faccio e che dico diventa cos sempre nuovo, sorprendente, come un gioco, come quel gioco degli scacchi che Odisseo m'insegn, tutto regole e norme ma cos bello e imprevisto, coi suoi pezzi d'avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco  la vita. Mi diceva che  un modo di vincere il tempo.
LEUCOTEA. Troppe cose ricordi di lui. Non l'hai fatto maiale n lupo, e l'hai fatto ricordo.
CIRCE. L'uomo mortale, Leuc, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnti.
LEUCOTEA. Circe, anche tu dici parole.
CIRCE. So il mio destino, Leuc. Non temere.
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Il toro.
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Tutti sanno che Teseo, di ritorno da Creta, finse di dimenticare sull'albero le nere vele segno di lutto, e cos suo padre credendolo morto si precipit in mare e gli lasci il regno. Ci  molto greco, altrettanto greco come la ripugnanza per ogni mistico culto di mostri.
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(parlano Lelego e Teseo).
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LELEGO. Quel colle  la patria, signore.
TESEO Non c' terra oltremare, avvistata nella luce del crepuscolo, che non sembri la vecchia collina.
LELEGO. Vedendo il sole tramontare dietro l'Ida, un tempo brindammo anche noi.
TESEO Bello  tornare e bello andare, Lelego. Beviamo ancora. Beviamo al passato. Bella  ogni cosa abbandonata e ritrovata.
LELEGO. Finch fummo nell'isola, tu non parlavi della patria. Non ripensavi a molte cose abbandonate. Vivevi anche tu alla giornata. E ti ho visto lasciar quella terra come avevi lasciato le case, senza volgerti indietro. Questa sera, ripensi al passato?
TESEO Noi siamo vivi, Lelego, e davanti a questo vino, sul mare di casa. A molte cose si ripensa in una simile sera, se anche domani il vino e il mare non basteranno a darci pace.
LELEGO. Che cosa temi? si direbbe che non credi al tuo ritorno. Perch non di ordine di calare le vele tenebrose e vestire di bianco la nave? L'hai promesso a tuo padre.
TESEO Abbiamo tempo, Lelego. Tempo domani. Mi piace sentirmi schioccare sul capo gli stessi teli di quando correvamo al pericolo e nessuno di voialtri sapeva se saremmo ritornati.
LELEGO. Tu lo sapevi, Teseo?
TESEO Press'a poco... La mia scure non falla.
LELEGO. Perch parli esitando?
TESEO Non parlo esitando. Penso alla gente che ignoravo e al grande monte e a quello che noi fummo nell'isola. Penso agli ultimi giorni nella reggia, quella casa tutta fatta di piazze, e i soldati mi chiamavano il re-toro, ricordi? Quel che si uccide si diventa, nell'isola. Cominciavo a capirli. Poi ci dissero che nei boschi dell'Ida c'eran le grotte degli di, dove nascevano e morivano gli di. Capisci, Lelego? in quell'isola si uccidono gli di, come le bestie. E chi li uccide si fa dio. Noi allora tentammo di salire sull'Ida...
LELEGO. Si ha coraggio, lontano da casa.
TESEO E ci dissero cose incredibili. Le loro donne, quelle grandi donne bionde che passavano il mattino stese al sole sui terrazzi della reggia, salgono a notte sui prati dell'Ida e abbraccian gli alberi e le bestie. Ci restavano, a volte.
LELEGO. Solamente le donne han coraggio nell'isola. Tu lo sai, Teseo.
TESEO C' una cosa, che so. Preferisco le donne che stanno al telaio.
LELEGO. Ma nell'isola non hanno telai. Compran tutto sul mare. Che vuoi che facciano le donne?
TESEO Non pensare agli di maturandosi al sole. Non cercare il divino nei tronchi e nel mare. Non rincorrere i tori. Prima ho creduto che la colpa ce l'avessero i padri, quei mercanti ingegnosi che si vestono come le donne e gli piace vedere i ragazzi volteggiare sui tori. Ma non  questo, non  tutto.  un altro sangue. Ci fu un tempo che l'Ida non conobbe che dee. Che una dea. Era il sole, era i tronchi, era il mare. E davanti alla dea gli di e gli uomini si sono schiacciati. Quando una donna sfugge l'uomo, e si ritrova dentro al sole e alla bestia, non  colpa dell'uomo.  il sangue guasto,  il caos.
LELEGO. Lo puoi dire tu solo. Parli della straniera?
TESEO Anche di lei.
LELEGO. Tu sei signore e quel che fai ci sembra giusto. Ma a noi pareva assoggettata e docile.
TESEO Troppo docile, Lelego. Docile come l'erba o come il mare. Tu la guardi e capisci che cede e nemmeno ti sente. Come i prati dell'Ida, dove ci s'inoltra con la mano sulla scure ma viene il momento che il silenzio ti soffoca e devi fermarti. Era un ansito come di belva acquattata. Anche il sole pareva all'agguato, anche l'aria. Con la gran Dea non si combatte. Non si combatte con la terra, col suo silenzio.
LELEGO. So queste cose, come te. Ma la straniera ti ha fatto uscire dalla fossa. La straniera ha lasciato le case. Ci non si fa tra sangue vivo e sangue guasto. La straniera seguendoti aveva lasciato i suoi di.
TESEO Ma non l'hanno lasciata gli di.
LELEGO. Dicevi pure che li scannano sull'Ida.
TESEO E l'uccisore  nuovo dio. O Lelego, si pu scannare di e tori nella grotta, ma quel divino che hai nel sangue non si uccide. Anche Ariadne era sangue dell'isola. Io la conobbi come il toro.
LELEGO. Fosti crudele, Teseo. Che avr detto, infelice, svegliandosi?
TESEO Oh lo so. Forse avr urlato. Ma non conta. Invocato la patria, le sue case e i suoi di. La terra e il sole non le mancano. Noi stranieri per lei non siamo pi nulla.
LELEGO. Era bella, signore, era fatta di terra e di sole.
TESEO Noi invece non siamo che uomini. Sono certo che un dio, qualche dio dolce e ambiguo e dolente, di quei di che hanno gustato gi la morte e la gran Dea porta nel grembo, le sar inviato a consolarla. Sar un tronco, un cavallo, un montone? sar un lago o una nuvola? Tutto pu darsi, sul suo mare.
LELEGO. Io non so, qualche volta tu parli come fossi un ragazzo che gioca. Sei il signore e ti ascoltiamo. Altre volte sei vecchio e crudele. Si direbbe che l'isola ti ha lasciato qualcosa di s.
TESEO Anche questo pu darsi. Quel che si uccide si diventa, Lelego. Tu non ci pensi ma veniamo da lontano.
LELEGO. Nemmeno il vino della patria ti riscalda?
TESEO Non siamo ancora giunti in patria.
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In famiglia.
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Sono noti i luttuosi incidenti che hanno funestato la casa degli Atridi. Qui baster ricordare alcune successioni. Da Tantalo nacque Plope; da Plope, Tieste e Atreo; da Atreo, Menelao e Agamennone; da quest'ultimo Oreste che uccise la madre. Che Artemide arcadica e marina godesse di uno speciale culto in questa famiglia (si pensi al sacrificio dell'atride Ifigenia, tentato dal padre), chi scrive ne  convinto e non da ieri.
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(parlano Castore e Polideute).
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CASTORE. Ricordi, Poli, quando l'abbiamo tolta dalle mani di Teseo?
POLIDEUTE. Valeva la pena...
CASTORE. Allora era una bambina, e mi ricordo che correndo nella notte pensavo allo spavento che doveva provare in quel bosco sul cavallo di Teseo, inseguita da noi... Eravamo ingenui.
POLIDEUTE. Adesso si  messa al sicuro.
CASTORE. Adesso ha la forza dei Frigi e dei Drdani. Ha messo il mare tra s e noi.
POLIDEUTE. Passeremo anche il mare.
CASTORE. Io ne ho abbastanza, Polideute. Non tocca pi a noi. Ora  faccenda degli Atridi.
POLIDEUTE. Passeremo il mare.
CASTORE. Convnciti, Poli. Non vale la pena. Non essere ingenuo. Lascia fare agli Atridi l'avvenire li riguarda.
POLIDEUTE. Ma  nostra sorella.
CASTORE. Dovevamo saperlo che a Sparta non sarebbe rimasta. Non  donna da vivere in fondo a una reggia.
POLIDEUTE. E che altro vuole, Castore?
CASTORE. Non vuole nulla.  proprio questo.  la bambina ch'era allora.  incapace di prender sul serio un marito o una casa. Ma non serve rincorrerla. Vedrai che un giorno torner con noi.
POLIDEUTE. Chi sa che faranno adesso gli Atridi per riscatto del sangue. Non  gente che sopporti un'ingiuria. Il loro onore  come quello degli di.
CASTORE. Lascia stare gli di.  una famiglia che in passato si mangiavano tra loro. Cominciando da Tantalo che ha imbandito il figliolo...
POLIDEUTE. Sono poi vere queste storie che raccontano?
CASTORE. Sono degne di loro. Gente che vive nelle rocche di Micene e di Sparta e si mette una maschera d'oro; che  padrona del mare e lo vede solamente per le buche feritoie,  capace di tutto. Ti sei mai chiesto, Polideute, perch le loro donne anche nostra sorella dopo un po' inferociscono e smaniano, versano sangue e ne fanno versare? Le migliori non reggono. Non c' un solo Pelopida non uno cui la sposa abbia chiuso gli occhi. Se questo  un onore di di...
POLIDEUTE. L'altra nostra sorellina, Clitennestra, ci resiste.
CASTORE. ... Aspettiamo la fine, a dire evviva.
POLIDEUTE. Se tu sapevi tutto ci, come hai potuto consentire a queste nozze?
CASTORE. Io non ho consentito. Queste cose succedono. Ciascuno si trova la moglie che merita.
POLIDEUTE. Che vuoi dire? che le donne sono degne di loro? nostra sorella avrebbe colpa?
CASTORE. Smettila, Polideute. Nessuno ci ascolta.  evidente che gli Atridi e i loro padri hanno sempre sposato la medesima donna. Forse noi suoi fratelli non sappiamo ancor bene chi Elena sia. C' voluto Teseo per darcene un saggio. Dopo di lui l'Atride. Ora Paride frigio. Io domando: possibile che sia tutto casuale? Sempre lei deve imbattersi in simili tipi?  evidente che  fatta per loro, come loro per lei.
POLIDEUTE. Ma sei folle.
CASTORE. Non c' niente di folle. Se i Pelopidi han persa la testa e qualcuno anche il collo ci pensino loro. Sono stirpe di re marini che non escon di casa e amano comandare dalle alture. Forse un giorno hanno veduto il mondo. Tantalo, il primo, certo. Ma poi vissero chiusi con le donne e i mucchi d'oro, sospettosi e scontenti, incapaci di un gesto valido, nutriti dal mare su una povera terra, banchettatori, grassi. Ti stupisce che cercassero qualcosa di forte, di quasi selvaggio, da rinchiudere sul monte con s? L'han sempre trovato.
POLIDEUTE. Non capisco cosa c'entri la nostra sorella n perch dici ch'era fatta per Paride e Teseo.
CASTORE. Per loro o per altri, Poli, non importa.  del destino degli Atridi che si parla. N l'antica Ippodamia n le nuore hanno colpa se tutte quante si somigliano come una torma di cavalle. Si direbbe che nei tempi in quella famiglia lo stesso uomo ha ricercato sempre la stessa creatura. E l'ha trovata. Da Ippodamia di Enomo alle nostre sorelle tutte quante sono state costrette a lottare e difendersi.  evidente che questo ai Pelopidi piace. Non lo sapranno ma gli piace. Sono gente d'astuzia e di sangue. Sono grassi tiranni. Hanno bisogno di una donna che li frusti.
POLIDEUTE. Dici sempre Ippodamia Ippodamia. Lo so anch'io che Ippodamia agitava i cavalli. Ma le nostre sorelle non c'entrano. La mano d'Elena  una mano di bambina che non ha mai stretto la sferza. Come pu somigliarle?
CASTORE. Noi delle donne, Polideute, non sappiamo gran cosa. Siamo cresciuti su con lei. Ci pare sempre la bambina che giocava alla palla. Ma per sentirsi selvagge e smaniose non  necessario agitare cavalli. Basta piacere a un Menelao, a un re del mare.
POLIDEUTE. E che ha poi fatto di terribile Ippodamia?
CASTORE. Trattava gli uomini come i cavalli. Convinse l'auriga ad ucciderle il padre. Fece uccidere da Plope l'auriga. Mise al mondo i fratelli omicidi. Diede il via a un torrente di sangue. Non fugg dalle case, questo s.
POLIDEUTE. Ma non dicevi che la colpa fu di Plope?
CASTORE. Dicevo che a Plope e ai suoi sono piaciute donne simili. Ch'eran fatte per loro.
POLIDEUTE. Elena non uccide, e non fa uccidere.
CASTORE. Ne sei certo, fratello? Ricrdati quando l'abbiamo ritolta a Teseo tre cavalli che correvano il bosco. Se non ci uccidemmo, fu perch come a ragazzi ci parve quasi di giocare. E, adesso, tu stesso ti chiedi quanto sangue verseranno gli Atridi.
POLIDEUTE. Ma lei non istiga nessuno...
CASTORE. Credi tu che Ippodamia istigasse l'auriga? Lei sorrise al suo servo e gli disse che il padre la voleva per s. E non disse nemmeno che a lei dispiaceva... Per uccidere basta uno sguardo. Poi quando Mrtilo si vide giocato dal figlio di Tantalo e volle gridare, bast che Ippodamia dicesse al marito: "Lui sa ogni cosa di Enomo. Stacci attento". I Pelopidi godono di parole simili.
POLIDEUTE. Tutte le donne dunque uccidono?
CASTORE. Non tutte. Ce ne sono che chinano il capo, e la vita asservisce. Ma la rocca scatena anche queste. I Pelopidi uccidono e vengono uccisi. Hanno bisogno di frustare o esser frustati.
POLIDEUTE. Nostra sorella si accontenta di fuggire.
CASTORE. Tu lo credi, fratello? Ricorda Aerpe, la moglie di Atreo...
POLIDEUTE. Ma Aerpe fu uccisa nel mare.
CASTORE. Non senza aver prima istigato l'amante a rubare i tesori. Ecco una donna che la rocca rese folle. Una donna che avrebbe potuto passare la vita in tranquilla lussuria, ingrassando anche lei con l'amante. Ma l'amante era Tieste, e il marito era Atreo. Se l'erano scelta. Non la lasciarono salvarsi. La scatenarono anche lei. I Pelopidi han sete di furia.
POLIDEUTE. Vuoi dire che nostra sorella l'uccideranno come adultera? che  anche lei lussuriosa?
CASTORE. Lo fosse, Polideute, lo fosse. Ma non  lussurioso chi vuole. Non chi sposa un Atride. Non capisci, fratello, che costoro hanno posto la loro lussuria nell'abbraccio violento, nello schiaffo e nel sangue? Di una donna che  docile e vile non sanno che farsene. Hanno bisogno d'incontrare occhi freddi e omicidi, occhi che non s'abbassino. Come le buche feritoie. Come li ebbe Ippodamia.
POLIDEUTE. Nostra sorella ha questo sguardo...
CASTORE. Hanno bisogno della vergine crudele. Di quella che passa sui monti. Ogni donna che sposano  questo, per loro. Le imbandivano i figli, le scannavano figlie...
POLIDEUTE. Sono cose passate.
CASTORE. Le faranno ancora, Polideute.
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Gli Argonauti.
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Il tempio sull'Acrocorinto, officiato da Ierodule, ci  ricordato anche da Pindaro. Che i giovani uccisori di mostri compreso Teseo di Atene abbiano tutti avuto guai da donne, si potrebbe supporlo se gi la tradizione non lo suggerisse concorde. Di una delle pi atroci, Medea maga e gelosa e infanticida ci parla a lungo e con calore Euripide in una cara tragedia.
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(parlano Iasone e Mlita).
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IASONE. Spalanca pure la cortina, Mlita; sento la brezza che la gonfia. In un mattino come questo anche Iasone vuol vedere il cielo. Dimmi il mare com'; dimmi che accade sull'acqua del porto.
MLITA. O re Iasone, com' bello di quass. Le banchine sono fitte di gente: una nave s'allontana in mezzo alle barche.  cos limpido che si riflette capovolta. Tu vedessi le bandiere e le corone; quanta gente. Stanno perfino arrampicati sulle statue. Ho il sole negli occhi.
IASONE. Saran venute anche le tue compagne, a salutarli. Le vedi, Mlita?
MLITA. Non so, vedo tanti. E i marinai che ci salutano, piccini, attaccati alle funi.
IASONE. Salutali, Mlita, dev'essere la nave di Cipro. Passeranno dalle tue isole. E con la fama di Corinto e del suo tempio, parleranno anche di te.
MLITA. Che vuoi che dicano di me, signore? Chi vuoi che nelle isole si ricordi di me?
IASONE. I giovani hanno sempre chi li ricorda. Si ripensa volentieri a chi  giovane. E gli di, non sono giovani? Per questo tutti li ricordiamo e li invidiamo.
MLITA. Li serviamo, re Iasone. E anch'io servo la dea.
IASONE. Ci sar pure qualcuno, Mlita, un ospite, un marinaio, che sale al tempio per giacersi con te, non con altre. Qualcuno che parte del dono lo lascia a te sola. Io sono vecchio, Mlita, e non posso salire lass, ma un tempo in Iolco tu non eri ancor nata avrei salito altro che un monte per trovarmi con te.
MLITA. Tu comandi e noialtre ubbidiamo... Oh, la nave apre le vele.  tutta bianca. Vieni a vederla, re Iasone.
IASONE. Resta tu alla finestra, Mlita. Io ti guardo mentre guardi la nave.  come se vi vedessi prendere il vento insieme. Io tremerei nella mattina. Sono vecchio. Vedrei troppe cose se guardassi laggi.
MLITA. La nave si piega nel sole. Come vola adesso! pare un colombo.
IASONE. E va soltanto fino a Cipro. Da Corinto, dalle isole, ora salpano navi che solcano il mare. C'era un tempo che questo mare era tutto deserto. Noi per primi l'abbiamo violato. Tu non eri ancora nata. Quanto sembra lontano.
MLITA. Ma  credibile, signore, che nessuno avesse osato attraversarlo?
IASONE. C' una verginit delle cose, Mlita, che fa paura pi del rischio. Pensa all'orrore delle vette dei monti, pensa all'eco.
MLITA. Non andr mai sulle montagne. Ma non ci credo che il mare facesse paura a qualcuno.
IASONE. Non ce la fece, infatti. Noi partimmo da Iolco una mattina come questa, ed eravamo tutti giovani e avevamo gli di dalla nostra. Era bello varcare, senza pensare all'indomani. Poi cominciarono i prodigi. Era un mondo pi giovane, Mlita, i giorni come chiare mattine, le notti di tenebra spessa dove tutto poteva succedere. Di volta in volta i prodigi erano fonti, erano mostri, erano uomini o rupi. Di noi ne scomparvero, qualcuno mor. Ogni approdo era un lutto. Ogni mattina il mare era pi bello, pi vergine. La giornata passava nell'attesa. Poi vennero piogge, vennero nebbie e schiume nere.
MLITA. Queste cose si sanno.
IASONE. Non era il mare il rischio. Noi s'era capito, d'approdo in approdo, che quel lungo cammino ci aveva cresciuti. Eravamo pi forti e staccati da tutto eravamo come di, Mlita ma appunto questo ci attirava a far cose mortali. Sbarcammo al Fasi, su prati di clchici. Ah ero giovane allora, e guardavo la sorte.
MLITA. Quando si parla di voialtri, dentro il tempio, si abbassa la voce.
IASONE. Qualche volta si ride, lo so, Mlita. Corinto  un'allegra citt. E si dice, lo so: "Quando quel vecchio smetter di chiacchierare dei suoi di? Tanto son morti come gli altri". E Corinto vuol vivere.
MLITA. Noi si parla della maga, re Iasone, di quella donna che qualcuno ha conosciuto. Oh dimmi com'era.
IASONE. Tutti conoscono una maga, Mlita, tranne a Corinto dove il tempio insegna a ridere. Tutti noialtri, vecchi o morti, conoscemmo una maga.
MLITA. Ma la tua, re Iasone?
IASONE. Violammo il mare, distruggemmo mostri, mettemmo piede sui prati del clchico una nube d'oro sfavillava nella selva eppure morimmo ciascuno di un'arte di maga, ciascuno per l'incanto o la passione di una maga. La testa di uno di noialtri fin lacerata e stroncata in un fiume. E qualcuno ora  vecchio e ti parla che vide i suoi figli sacrificati dalla madre furente.
MLITA. Dicono che non  morta, signore, che i suoi incanti hanno vinto la morte.
IASONE.  il suo destino, e non l'invidio. Respirava la morte e la spargeva. Forse  tornata alle sue case.
MLITA. Ma come ha potuto toccare i suoi figli? Deve aver pianto molto...
IASONE. Non l'ho mai vista piangere. Medea non piangeva. E sorrise soltanto quel giorno quando disse che mi avrebbe seguito.
MLITA. Eppure ti ha seguito, re Iasone, ha lasciato la patria e le case, e accettato la sorte. Fosti crudele come un giovane, anche tu.
IASONE. Ero giovane, Mlita. E a quei tempi nessuno rideva di me. Ma ancora non sapevo che la saggezza  la vostra, quella del tempio, e chiedevo alla dea le cose impossibili. E cos'era impossibile per noi, distruttori del drago, signori della nuvola d'oro? Si fa il male per essere grandi, per essere di.
MLITA. E perch vostra vittima  sempre una donna?
IASONE. Piccola Mlita, tu sei del tempio. E non sapete che nel tempio nel vostro l'uomo sale per essere dio almeno un giorno, almeno un'ora, per giacere con voi come foste la dea? Sempre l'uomo pretende di giacere con lei poi s'accorge che aveva a che fare con carne mortale, con la povera donna che voi siete e che son tutte. E allora s'infuria cerca altrove di esser dio.
MLITA. Eppure c' chi si contenta, signore.
IASONE. S, chi  vecchio anzitempo o chi sale da voi. Ma non prima di aver tutto tentato. Non chi ha visto altri giorni. Hai sentito parlare del figlio d'Egeo, che discese nell'Ade a rapir Persefne il re d'Atene che mor scagliato in mare?
MLITA. Ne parlano quelli del Flero. Fu anche lui navigatore come te.
IASONE. Piccola Mlita, fu quasi un dio. E trov la sua donna oltremare, una donna che come la maga l'aiut nell'impresa mortale. L'abbandon su un'isola, un mattino. Poi vinse altre imprese e altri cieli, ed ebbe Antiope, la lunare, un'amazzone indocile. E poi Fedra, luce del giorno, e anche questa si uccise. E poi Elena, figlia di Leda. E altre ancora. Fin che tent di conquistare Persefne dalle fauci dell'Ade. Una soltanto non ne volle, che fugg da Corinto l'assassina dei figli la maga, lo sai.
MLITA. Ma tu, signore, la ricordi. Tu sei pi buono di quel re. Tu da allora non hai pi fatto piangere.
IASONE. Ho imparato a Corinto, a non essere un dio. E conosco te, Mlita.
MLITA. O Iasone, che cosa son io?
IASONE. Una piccola donna marina, che discende dal tempio quando il vecchio la chiama. E anche tu sei la dea.
MLITA. Io la servo.
IASONE. L'isola del tuo nome, in occidente,  un gran santuario della dea. Tu lo sai?
MLITA.  un nome piccolo, signore, che mi han dato per gioco. A volte penso a quei bei nomi delle maghe, delle donne infelici che han pianto per voi...
IASONE. Megra Iole Auge Ipplita Onfle Deineira... Sai chi fecero piangere?
MLITA. Oh ma quello fu un dio. E adesso vive fra gli di.
IASONE. Cos si racconta. Povero Eracle. Era anche lui con noi. Non lo invidio.
 La vigna
Ariadne, abbandonata da Teseo dopo l'avventura del labirinto, venne raccolta sull'isola di Nasso da Dioniso di ritorno dall'India, e fin in cielo tra le costellazioni.
(parlano Leucotea e Ariadne)
LEUCOTEA. Piangerai per molto tempo ancora, Ariadne?
ARIADNE. O tu di dove vieni?
LEUCOTEA. Dal mare, come te. Dunque, hai smesso di piangere?
ARIADNE. Non sono pi sola.
LEUCOTEA. Credevo che voi donne mortali piangeste soltanto quando qualcuno vi ascolta.
ARIADNE. Per una ninfa, sei cattiva.
LEUCOTEA. Cos, se n' andato anche lui? Perch credi che ti abbia lasciata?
ARIADNE. Non mi hai detto chi sei.
LEUCOTEA. Una donna che ha fatto quel che tu non hai fatto. Ho tentato di uccidermi in mare. Mi chiamavano Ino. Una dea mi ha salvata. Ora sono la ninfa dell'isola.
ARIADNE. Che vuoi da me?
LEUCOTEA. Se mi parli cos, gi lo sai. Vengo a dirti che il tuo caro ragazzo dalle belle parole e dai ricci violetti, se n' andato per sempre. Ti ha piantata. La vela nera che  scomparsa sar l'ultimo ricordo che ti lascia. Corri, strilla, dibattiti,  fatta.
ARIADNE. -Anche te hanno piantato, ch hai cercato di ucciderti?
LEUCOTEA. Non si tratta di me. Ma non meriti il discorso che ti faccio. Tu sei sciocca e testarda.
ARIADNE. Senti, ninfa del mare, che tu deva parlarmi, non so. Quello che dici  poco o troppo. Se vorr uccidermi, sapr farlo da sola.
LEUCOTEA. Credi a me, scioccherella. Il tuo dolore non  nulla.
ARIADNE. E perch vieni a dirmelo?
LEUCOTEA. Per che credi che lui ti abbia lasciata?
ARIADNE. O ninfa, smettila...
LEUCOTEA. Ecco, piangi. Cos almeno  pi facile. Non parlare, non serve. Cos se ne vanno sciocchezza e superbia. Cos il tuo dolore compare per quello che . Ma finch il cuore non ti scoppier, finch non latrerai come una cagna e vorrai spegnerti nel mare come un tizzo, non potrai dire di conoscere il dolore.
ARIADNE. M' gi scoppiato... il cuore...
LEUCOTEA. Piangi soltanto, non parlare... Tu non sai nulla. Altro ti attende.
ARIADNE. Come ti chiami adesso, ninfa?
LEUCOTEA. Leucotea. Capiscimi, Ariadne. La vela nera se n' andata per sempre. Questa storia  finita.
ARIADNE.  la mia vita che finisce.
LEUCOTEA. Altro ti attende. Tu sei sciocca. Non veneravi nessun dio nella tua terra?
ARIADNE. Quale dio pu ridarmi la nave?
LEUCOTEA. Ti domando che dio conoscevi.
ARIADNE. C' un monte in patria che incuteva spavento anche a quelli della nave. L sono nati grandi di. Li adoriamo. Li ho gi tutti invocati, ma nessuno mi aiuta. Che far? dimmi tu.
LEUCOTEA. Che cosa attendi dagli di?
ARIADNE. Non attendo pi nulla.
LEUCOTEA. E allora ascolta. Qualcuno si  mosso.
ARIADNE. Che vuoi dire?
LEUCOTEA. Se ti parlo, qualcuno si  mosso.
ARIADNE. Tu sei solo una ninfa.
LEUCOTEA. Pu darsi che una ninfa annunci un gran dio.
ARIADNE. Chi, Leucotea, chi mai?
LEUCOTEA. Pensi al dio o al bel ragazzo?
ARIADNE. Non lo so. Come dici? Io mi prostro agli di.
LEUCOTEA. Dunque hai capito.  un nuovo dio.  il pi giovane di tutti gli di. Ti ha veduta e gli piaci. Lo chiamano Dioniso.
ARIADNE. Non lo conosco.
LEUCOTEA.  nato a Tebe e corre il mondo.  un dio di gioia. Tutti lo seguono e lo acclamano.
ARIADNE.  potente?
LEUCOTEA. Uccide ridendo. Lo accompagnano i tori e le tigri. La sua vita  una festa e gli piaci.
ARIADNE. Ma come mi ha vista?
LEUCOTEA. Chi pu dirlo. Tu sei mai stata in un vigneto in costa a un colle lungo il mare, nell'ora lenta che la terra d il suo odore? Un odore rasposo e tenace, tra di fico e di pino? Quando l'uva matura, e l'aria pesa di mosto? O hai mai guardato un melograno, frutto e fiore? Qui regna Dioniso, e nel fresco dell'edera, nei pineti e nelle aie.
ARIADNE. Non c' un luogo solitario abbastanza che gli di non ci vedano?
LEUCOTEA. Cara mia, ma gli di sono il luogo, sono la solitudine, sono il tempo che passa. Verr Dioniso, e ti parr di esser rapita da un gran vento, come quei turbini che passano sulle aie e nei vigneti.
ARIADNE. Quando verr?
LEUCOTEA. Cara, io lo annuncio. Per questo la nave  fuggita.
ARIADNE. E a te chi l'ha detto?
LEUCOTEA. Sono di Tebe, Ariadne. Sono sorella di sua madre.
ARIADNE. Nella mia patria si racconta che sull'Ida nascevano di. Nessun mortale  mai salito oltre gli ultimi boschi. Noi temiamo anche l'ombra che cade dal monte. Come posso accettare le cose che dici?
LEUCOTEA. Tu hai molto osato, piccola. Non era per te come un dio anche colui dai ricci viola?
ARIADNE. Gli ho salvato la vita, a questo dio. Che ne ho avuto?
LEUCOTEA. Molte cose. Hai tremato e sofferto. Hai pensato a morire. Hai saputo che cosa  un risveglio. Ora sei sola e aspetti un dio.
ARIADNE. E lui com'? molto crudele?
LEUCOTEA. Tutti gli di sono crudeli. Che vuol dire? Ogni cosa divina  crudele. Distrugge l'essere caduco che resiste. Per svegliarti pi forte, devi cedere al sonno. Nessun dio sa rimpiangere nulla.
ARIADNE. Il dio tebano... questo tuo... hai detto che uccide ridendo?
LEUCOTEA. Chi gli resiste. Chi gli resiste s'annienta. Ma non  pi spietato degli altri. Sorridere  come il respiro per lui.
ARIADNE. Non  diverso da un mortale.
LEUCOTEA. Anche questo  un risveglio, bambina. Sar come amare un luogo, un corso d'acqua, un'ora del giorno. Nessun uomo val tanto. Gli di durano finch durano le cose che li fanno. Fin che le capre salteranno tra i pini e i vigneti, ti piacer e gli piacerai.
ARIADNE. Morir come tutte le capre.
LEUCOTEA. Sulle vigne, di notte, ci sono anche stelle.  un dio notturno che ti aspetta. Non temere.
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Gli uomini.
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Di Cratos e Bia il Potere e la forza dice Esiodo che "la casa non  lontana da Zeus", in premio dell'aiuto che gli diedero nella lotta contro i Titani. Tutti sanno della fuga di Zeus e dei suoi molti casi.
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(parlano Cratos e Bia).
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CRATOS. Se n' andato e cammina tra gli uomini. Prende la strada delle valli, e si sofferma tra le vigne o in riva al mare. Qualche volta si spinge fino alle porte di una citt. Nessuno direbbe che  Padre e Signore. Mi chiedo a volte cosa vuole, cosa cerca. Dopo che tanto si  lottato per dargli il mondo le campagne, le vette e le nubi nelle mani. potrebbe sedere quass indisturbato. Nossignore. Cammina.
BIA. Che c' di strano? Chi  signore si scapriccia.
CRATOS. Lontano dal monte e da noi, lo capisci? E deve a noialtri, servi suoi, se  signore. S'accontenti che il mondo lo teme e lo prega. Che gli fanno quei piccoli uomini?
BIA. Sono parte del mondo anche loro, mio caro.
CRATOS. Non so, qualcosa non  pi com'era prima. Nostra madre lo disse: "Verr come la bufera, e le stagioni cambieranno". Questo figlio del Monte che comanda col cenno, non  pi come i vecchi signori la Notte, la Terra, il vecchio Cielo o il Caos. Si direbbe che il mondo  diviso. Un tempo le cose accadevano. Di ogni cosa veniva la fine, ed era un tutto che viveva. Adesso invece c' una legge e c' una mente. Lui s' fatto immortale e con lui noi suoi servi. Anche i piccoli uomini pensano a noi; sanno che devono morire e ci contemplano. E fin qui li capisco,  per questo che abbiamo combattuto i Titani. Ma che lui, il celeste che sopra il Monte ci promise questi doni, lasci le vette e se ne vada a scapricciarsi ogni momento e farsi uomo tra gli uomini, a me non piace. E a te, sorella?
BIA. Non sarebbe signore se la legge che ha fatto non potesse interromperla. Ma l'interrompe poi davvero?
CRATOS. Non lo capisco, questo  il fatto. Quando noi ci buttammo sui monti, lui sorrideva come avesse gi vinto. Combatteva con cenni e con brevi parole. Non disse mai di esser sdegnato; il suo nemico era gi a terra e lui ancora sorrideva. Schiacci cos Titani e uomini. Allora mi piacque; non ebbe piet. E sorrise cos un'altra volta: quando pens di dare agli uomini la donna, la Pandora, per punirli del furto del fuoco. Com' possibile che adesso si compiaccia di vigne e citt?
BIA. Forse la donna, la Pandora, non  solo un malanno. Perch non vuoi che si compiaccia di costei, se fu un suo dono?
CRATOS. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, pi miserabili dei vermi o delle foglie dell'altr'anno che son morti ignorandolo. Loro invece lo sanno e lo dicono, e non smettono mai d'invocarci, di volerci strappare un favore o uno sguardo, di accenderci fuochi, proprio quei fuochi che han rubato dentro il cavo della canna. E con le donne, con le offerte, coi canti e le belle parole, hanno ottenuto che noialtri, gli immortali, che qualcuno di noi discendesse tra loro, li guardasse benigno, ne avesse figlioli. Capisci il calcolo, l'astuzia miserabile e sfrontata? Ti persuadi perch mi ci scaldo?
BIA. Lo disse la madre, e lo dici tu stesso, che il mondo  mutato. Non da oggi il Signore dei monti discende tra gli uomini. Dimentichi forse che visse nei tempi fuggiasco su un'isola del mare, e l mor e venne sepolto, come allora toccava agli di?
CRATOS. Queste cose si sanno.
BIA. Ma non ne segue che il suo cenno sia scaduto. Sono invece scaduti i signori del Caos, quelli che un tempo hanno regnato senza legge. Prima l'uomo la belva e anche il sasso era dio. Tutto accadeva senza nome e senza legge. Ci voleva la fuga del dio, la grossa empiet del suo confino tra gli uomini quando ancora era bimbo e poppava alla capra, e poi la crescita sul monte tra le selve, le parole degli uomini e le leggi dei popoli, e il dolore la morte e il rimpianto, per fare del figlio di Crono il buon Giudice, la Mente immortale e inquieta. Tu credi di averlo aiutato a schiacciare i Titani? Se l'hai detto tu stesso: combatteva come avesse gi vinto. Il bambino rinato divenne signore vivendo tra gli uomini.
CRATOS. E sia pure. La legge valeva la pena. Ma perch insiste a ritornarci ora che  il re di tutti noi?
BIA. Fratello fratello, vuoi capirla che il mondo, se pure non  pi divino, proprio per questo  sempre nuovo e sempre ricco, per chi ci discende dal Monte? La parola dell'uomo, che sa di patire e si affanna e possiede la terra, rivela a chi l'ascolta meraviglie. Gli di giovani, venuti sui signori del Caos, tutti camminano la terra fra gli uomini. E se pure qualcuno conserva l'amore dei luoghi montani, delle grotte, dei cieli selvaggi, questo fanno perch adesso gli uomini sono giunti anche l e la loro voce ama violare quei silenzi.
CRATOS. Passeggiasse soltanto, il figlio di Crono. Ascoltasse e punisse, secondo la legge. Ma com' che s'induce a godere e lasciarsi godere, com' che ruba donne e figli a quei mortali?
BIA. Se tu ne avessi conosciuti, capiresti. Sono poveri vermi ma tutto fra loro  imprevisto e scoperta. Si conosce la bestia, si conosce l'iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. C' persino, tra loro, chi osa mettersi contro il destino. Soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sapore del mondo.
CRATOS. O delle donne, delle figlie di Pandora, quelle bestie?
BIA. Donne o bestie,  lo stesso. Cosa credi di dire? Sono il frutto pi ricco della vita mortale.
CRATOS. Ma Zeus le accosta come bestia o come dio?
BIA. Sciocco, le accosta come uomo.  tutto qui.
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Il mistero.
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Che i misteri eleusini presentassero agli iniziati un divino modello dell'immortalit nelle figure di Dioniso e Demetra (e Core e Plutone) piace a tutti sentirlo. Quel che piace di meno  sentir ricordare che Demetra  la spiga il pane e Dioniso l'uva il vino. Prendete e mangiate...
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(parlano Dioniso e Demetra).
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DIONISO. Questi mortali sono proprio divertenti. Noi sappiamo le cose e loro le fanno. Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici. Ci chiamano con le loro vocette, e ci dnno dei nomi.
DEMETRA. Io fui prima di loro, e ti so dire che si stava soli. La terra era selva, serpenti, tartarughe. Eravamo la terra, l'aria, l'acqua. Che si poteva fare? Fu allora che prendemmo l'abitudine di essere eterni.
DEMETRA. Questo con gli uomini non succede.
DIONISO.  vero. Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire  qualcosa.
DIONISO. Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. Come i vigneti che han saputo piantare su queste colline. Quando ho portato il tralcio a Eleusi io non credevo che di brutti pendii sassosi avrebbero fatto un cos dolce paese. Cos  del grano, cos dei giardini. Dappertutto dove spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo.
DEMETRA. E le storie che sanno raccontare di noi? Mi chiedo alle volte se io sono davvero la Gaia, la Rea, la Cbele, la Madre Grande, che mi dicono. Sanno darci dei nomi che ci rivelano a noi stessi, Iacco, e ci strappano alla greve eternit del destino per colorirci nei giorni e nei paesi dove siamo.
DIONISO. Per noi tu sei sempre De.
DEMETRA. Chi direbbe che nella loro miseria hanno tanta ricchezza? Per loro io sono un monte selvoso e feroce, sono nuvola e grotta, sono signora dei leoni, delle biade e dei tori, delle rocche murate, la culla e la tomba, la madre di Core. Tutto devo a loro.
DIONISO. Anche di me parlano sempre.
DEMETRA. E non dovremmo, Iacco, aiutarli di pi, compensarli in qualche modo, essere accanto a loro nella breve giornata che godono?
DIONISO. Tu gli hai dato le biade, io la vite, De. Lasciali fare. C' bisogno d'altro?
DEMETRA. Io non so come, ma quel che ci esce dalle mani  sempre ambiguo.  una scure a due tagli. Il mio Trittlemo per poco non si  fatto scannare dall'ospite scita cui recava il frumento. E anche tu, sento, ne fai scorrere di sangue innocente.
DIONISO. Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza  la morte, che li costringe a industriarsi, a ricordare e prevedere. E poi non credere, De, che il loro sangue valga pi del frumento o del vino con cui lo nutriamo. Il sangue  vile, sporco, meschino.
DEMETRA. Tu sei giovane, Iacco, e non sai che  nel sangue che ci hanno trovato. Tu corri il mondo irrequieto, e la morte  per te come vino che esalta. Ma non pensi che tutto i mortali han sofferto quel che raccontano di noi. Quante madri mortali han perduto la Core e non l'hanno riavuta mai pi. Oggi ancora l'omaggio pi ricco che san farci  versare del sangue.
DIONISO. Ma  un omaggio, De? Tu sai meglio di me che uccidendo la vittima credevano un tempo di uccidere noi.
DEMETRA. E puoi fargliene un torto? Per questo ti dico che ci hanno trovati nel sangue. Se per loro la morte  la fine e il principio, dovevano ucciderci per vederci rinascere. Sono molto infelici, Iacco.
DIONISO. Tu credi? A me paiono balordi. O forse no. Visto che tanto son mortali, dnno un senso alla vita uccidendosi. Loro le storie devon viverle e morirle. Prendi il fatto d'Icario...
DEMETRA. Quella povera Ergone...
DIONISO. S, ma Icario si  fatto ammazzare perch l'ha voluto. Forse ha pensato che il suo sangue fosse vino. Vendemmiava, pigiava e svinava come un folle. Era la prima volta che su un'aia vedevano schiumare del mosto. Ne hanno spruzzato le siepi, i muri, le vanghe. Anche Ergone c'immerse le mani. Poi perch questo vecchio balordo va nei campi, dai pastori, a farli bere? Questi, ubriachi, avvelenati, inferociti, l'hanno sbranato sulla siepe come un capro e poi l'hanno sepolto perch fosse altro vino. Lui lo sapeva e l'ha voluto. Doveva stupirsi la figlia, che aveva gustato quel vino? Lo sapeva anche lei. Che altro poteva, per finire questa storia, che impiccarsi nel sole come un grappolo d'uva? Non c' niente di triste. I mortali raccontano le storie col sangue.
DEMETRA. E ti pare che questo sia degno di noi? Ti sei pur chiesto che cosa saremmo senza di loro, sai che un giorno potranno stancarsi di noi di. Vedi dunque che il sangue, questo sangue meschino, t'importa.
DIONISO. Ma che vuoi che gli diamo? Qualunque cosa ne faranno sempre sangue.
DEMETRA. C' un solo modo, e tu lo sai.
DIONISO. Di'.
DEMETRA. Dare un senso a quel loro morire.
DIONISO. Come dici?
DEMETRA. Insegnargli la vita beata.
DIONISO. Ma  un tentare il destino, De. Sono mortali.
DEMETRA. Sta' a sentire. Verr il giorno che ci penseranno da soli. E lo faranno senza noi, con un racconto. Parleranno di uomini che hanno vinto la morte. Gi qualcuno di loro l'han messo nel cielo, qualcuno scende nell'inferno ogni sei mesi. Uno di loro ha combattuto con la Morte e le ha strappato una creatura... Capiscimi, Iacco. Faranno da soli. E allora noi ritorneremo quel che fummo: aria, acqua e terra.
DIONISO. Non vivranno pi a lungo, per questo.
DEMETRA. Sciocco ragazzo, cosa credi? Ma morire avr un senso. Moriranno per rinascere anche loro, e non avranno pi bisogno di noialtri.
DIONISO. Che vuoi fare, De?
DEMETRA. Insegnargli che ci possono eguagliare di l dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e la vite discendono all'Ade per nascere, cos insegnargli che la morte anche per loro  nuova vita. Dargli questo racconto. Condurli per questo racconto. Insegnargli un destino che s'intrecci col nostro.
DIONISO. Moriranno lo stesso.
DEMETRA. Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno pi la morte e non avranno pi bisogno di placarla versando altro sangue.
DIONISO. Si pu farlo, De, si pu farlo. Sar il racconto della vita eterna. Quasi li invidio. Non sapranno il destino e saranno immortali. Ma non sperare che si stagni il sangue.
DEMETRA. Penseranno soltanto all'eterno. Se mai, c' il pericolo che trascurino queste ricche campagne.
DIONISO. Intanto. Ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino? Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non pi per placare la morte, ma per raggiungere l'eterno che li aspetta.
DEMETRA. Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo?
DIONISO. Basta avere veduto il passato, De. Credi a me. Ma ti approvo. Sar sempre un racconto.
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Il diluvio.
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Anche il diluvio greco fu il castigo di un genere umano che aveva perso il rispetto per gli di. Si sa che la terra venne poi ripopolata lanciando certi sassi.
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(parlano un satiro e un'amadriade).
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AMADRIADE. Mi domando cosa dicono di quest'acqua i mortali.
SATIRO. Che ne sanno? La prendono. Qualcuno ci spera magari un migliore raccolto.
AMADRIADE. A quest'ora la piena dei fiumi ha cominciato a sradicare le piante. Ormai piove sull'acqua dappertutto.
SATIRO. Stanno tappati nelle grotte e nei tuguri sui monti. Ascoltano piovere. Pensano a quelli delle valli che combattono l'acqua, e s'illudono.
AMADRIADE. Fin che dura la notte s'illudono. Ma domani, nella luce paurosa, quando vedranno un solo mare fino al cielo, e le montagne impiccolite, non rientreranno nelle grotte. Guarderanno. Si butteranno un sacco in testa e guarderanno.
SATIRO. Li confondi con le bestie selvatiche. Nessun mortale sa capire che muore e guardare la morte. Bisogna che corra, che pensi, che dica. Che parli a quelli che rimangono.
AMADRIADE. Ma stavolta nessuno rimane. Come faranno dunque?
SATIRO. Qui li voglio. Quando sapranno di esser tutti condannati, tutti quanti, si daranno a far festa, vedrai. Magari verranno a cercare noialtri.
AMADRIADE. O noi, che c'entriamo?
SATIRO. C'entriamo s. Siamo la festa, siamo vita per loro. Cercheranno la vita con noi fino all'ultimo.
AMADRIADE. Non capisco che vita possiamo dar loro. Non sappiamo nemmeno morire. Tutto quanto sappiamo  guardare. Guardare e sapere. Ma tu dici che loro non guardano e non sanno rassegnarsi. Che altro possono chiederci?
SATIRO. Tante cose, capretta. Per loro noi siamo come bestie selvatiche. Le bestie nascono e muoiono come le foglie. Noi c'intravvedono sparire fra i rami e allora credono di noi non so che divino che quando fuggiamo a nasconderci siamo la vita che perdura nel bosco una vita come la loro ma perenne, pi ricca. Cercheranno noi, ti dico. Sar l'ultima speranza che avranno.
AMADRIADE. Con quest'acqua? E che cosa faranno?
SATIRO. Non lo sai che cos' una speranza? Crederanno che un bosco dove siamo anche noi non potr andar sommerso. Si diranno che tutti proprio tutti gli uomini non potranno sparire, altrimenti che senso ha esser nati e averci conosciuto? Sapranno che i grandi, gli Olimpici, li vogliono morti, ma che noi come loro come le piccole bestie, siamo insomma la vita la terra la cosa vera che conta. Le loro stagioni si riducono a feste, e noi siamo le feste.
AMADRIADE.  comodo. A loro la speranza, a noi il destino. Ma  sciocco.
SATIRO. Non tanto. Qualchecosa salveranno.
AMADRIADE. S ma chi ha provocato gli di grandi? Chi ha fatto tutto quel disordine, che anche il sole si velava la faccia? Tocca a loro, mi pare. Gli sta bene.
SATIRO. Su, capretta, credi proprio a queste cose? Non pensi che, se avessero veramente violata la vita, sarebbe bastata la vita a punirli, senza bisogno che l'Olimpo ci si mettesse col diluvio? Se qualcuno ha violato qualcosa, credi a me, non sono loro.
AMADRIADE. Intanto gli tocca morire. Come staranno domani quando sapranno quel che accade?
SATIRO. Senti il torrente, piccolina. Domani saremo sott'acqua anche noi. Ne vedrai delle brutte, tu che ami guardare. Meno male che non possiamo morire.
AMADRIADE. Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest' l'unica cosa che davvero ci manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce.
SATIRO. Sentila. Ma morire  proprio questo non pi sapere che sei morta. Ed  questo il diluvio: morire in tanti che non resti pi nessuno a saperlo. Cos succede che verranno a cercare noialtri e ci diranno di salvarli e vorranno esser simili a noi, alle piante, alle pietre alle cose insensibili che sono mero destino. In esse si salveranno. Ritirandosi l'acqua, riemergeranno pietre e tronchi, come prima. E i mortali non chiedono che questo come prima.
AMADRIADE. Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
SATIRO. Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.
AMADRIADE. E tu credi che davvero si faranno tronchi e pietre?
SATIRO. Sanno favoleggiare, i mortali. Vivranno nell'avvenire secondo che il terrore di stanotte e di domani li avr fatti fantasticare. Saran bestie selvatiche e rocce e piante. Saranno di. Oseranno uccidere gli di per vederli rinascere. Si daranno un passato per sfuggire alla morte. Non ci sono che queste due cose la speranza o il destino.
AMADRIADE. Quand' cos, non so compiangerli. Dev'essere bello farsi da s in questo modo a capriccio.
SATIRO.  bello s. Ma non credere che lo sappiano di fare a capriccio. Le salvezze pi straordinarie le trovano alla cieca, quando gi sono ghermiti e schiacciati dal destino. Non han tempo a godersi il capriccio. Sanno soltanto di pagare di persona. questo s.
AMADRIADE. Almeno questo diluvio servisse a insegnargli cos' il gioco e la festa. Il capriccio che a noi immortali viene imposto dal destino e lo sappiamo perch non imparano a viverlo come un attimo eterno nella loro miseria? Perch non capiscono che proprio la loro labilit li fa preziosi?
SATIRO. Tutto non si pu avere, piccola. Noi che sappiamo, non abbiamo preferenze. E loro che vivono istanti imprevisti, unici, non ne conoscono il valore. Vorrebbero la nostra eternit. Questo  il mondo.
AMADRIADE. Domani sapranno qualcosa, anche loro. E i sassi e le terre che un giorno torneranno alla luce non vivranno di speranza soltanto o di angoscia. Vedrai che il mondo nuovo avr qualcosa di divino nei suoi pi labili mortali.
SATIRO. Dio volesse, capretta. Piacerebbe anche a me.
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Le muse.
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Immenso tema. Chi scrive sa bene di avere osato non poco avvistando un solo nume nelle nove, o tre per tre, o soltanto tre, o anche due, Muse e Criti. Ma  convinto di questa come di molte altre cose. In questo mondo che trattiamo, le madri sono sovente le figlie e viceversa. Si potrebbe anche dimostrarlo.  necessario? Preferiamo invitare chi legge, a godersi il fatto che secondo i Greci le feste della fantasia e della memoria furono quasi sempre situate su monti, anzi su colline, rinnovate via via che questo popolo scendeva nella penisola.
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(parlano Mnemsine e Esiodo).
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MNEMSINE. In conclusione, tu non sei contento.
ESIODO. Ti dico che, se penso a una cosa passata, alle stagioni gi concluse, mi pare di esserlo stato. Ma nei giorni  diverso. Provo un fastidio delle cose e dei lavori come lo sente l'ubriaco. Allora smetto e salgo qui sulla montagna. Ma ecco che a ripensarci mi par di nuovo di esser stato contento.
MNEMSINE. Cos sar sempre.
ESIODO. Tu che sai tutti i nomi, qual  il nome di questo mio stato?
MNEMSINE. Puoi chiamarlo col mio, o col tuo nome.
ESIODO. Il mio nome di uomo, Melete, non  nulla. Ma tu come vuoi essere chiamata? Ogni volta  diversa la parola che t'invoca. Tu sei come una madre il cui nome si perde negli anni. Nelle case e sui viottoli donde si scorge la montagna, si parla molto di te. Si dice che un tempo tu stavi sui monti pi impervi, dove son nevi, alberi neri e mostri, nella Tracia o in Tessaglia, e ti chiamavano la Musa. Altri dice Callipe o Cli. Qual  il nome vero?
MNEMSINE. Vengo infatti di l. E ho molti nomi. Altri ne avr quando sar discesa ancora... Aglaia, Egemne, Faenna, secondo il capriccio dei luoghi.
ESIODO. Anche te il fastidio caccia per il mondo? Non sei dunque una dea? 
MNEMSINE. N fastidio n dea, mio caro. Oggi mi piace questo monte, l'Elicona, forse perch tu lo frequenti. Amo stare dove sono gli uomini, ma un poco in disparte. Io non cerco nessuno, e discorro con chi sa parlare.
ESIODO. O Melete, io non so parlare. E mi par di sapere qualcosa soltanto con te. Nella tua voce e nei tuoi nomi c' il passato, ogni stagione che ricordo.
MNEMSINE. In Tessaglia il mio nome era Mneme.
ESIODO. Qualcuno che parla di te ti dice vecchia come la tartaruga, decrepita e dura. Altri ti fanno ninfa acerba, come il boccio o la nuvola...
MNEMSINE. Tu che dici?
ESIODO. Non so. Sei Callipe e sei Mneme. Hai la voce e lo sguardo immortali. Sei come un colle o un corso d'acqua, cui non si chiede se son giovani o vecchi, perch per loro non c' il tempo. Esistono. Non si sa altro.
MNEMSINE. Ma anche tu, caro, esisti, e per te l'esistenza vuol dire fastidio e scontento. Come t'immagini la vita di noialtri immortali?
ESIODO. Non me l'immagino, Melete, la venero, come posso, con cuore puro.
MNEMSINE. Continua, mi piaci.
ESIODO. Ho detto tutto.
MNEMSINE. Vi conosco, voi uomini, voi parlate a bocca stretta.
ESIODO. Non possiamo far altro, davanti agli di, che inchinarci.
MNEMSINE. Lascia stare gli di. Io esistevo che non c'erano di. Puoi parlare, con me. Tutto mi dicono gli uomini. Adoraci pure se vuoi, ma dimmi come t'immagini ch'io viva.
ESIODO. Come posso saperlo? Nessuna dea mi ha degnato del suo letto.
MNEMSINE. Sciocco, il mondo ha stagioni, e quel tempo  finito.
ESIODO. Io conosco soltanto la campagna che ho lavorato.
MNEMSINE. Sei superbo, pastore. Hai la superbia del mortale. Ma sar tuo destino sapere altre cose. Dimmi perch quando mi parli ti credi contento?
ESIODO. Qui posso risponderti. Le cose che tu dici non hanno in s quel fastidio di ci che avviene tutti i giorni. Tu di nomi alle cose che le fanno diverse, inaudite, eppure care e familiari come una voce che da tempo taceva. O come il vedersi improvviso in uno specchio d'acqua, che ci fa dire "Chi  quest'uomo?"
MNEMSINE. Mio caro, ti  mai accaduto di vedere una pianta, un sasso, un gesto, e provare la stessa passione?
ESIODO. Mi  accaduto.
MNEMSINE. E hai trovato il perch?
ESIODO.  solo un attimo, Melete. Come posso fermarlo?
MNEMSINE. Non ti sei chiesto perch un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d'un tratto felice, felice come un dio? Tu guardavi l'ulivo, l'ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte  l'occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver gi veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero pi. Non ti sei chiesto il suo perch?
ESIODO. Tu stessa lo dici. Quell'attimo ha reso la cosa un ricordo, un modello.
MNEMSINE. Non puoi pensarla un'esistenza tutta fatta di questi attimi?
ESIODO. Posso pensarla s.
MNEMSINE. Dunque sai come vivo.
ESIODO. Io ti credo, Melete, perch tutto tu porti negli occhi. E il nome di Euterpe che molti ti dnno non mi pu pi stupire. Ma gli istanti mortali non sono una vita. Se io volessi ripeterli perderebbero il fiore. Torna sempre il fastidio.
MNEMSINE. Eppure hai detto che quell'attimo  un ricordo. E cos'altro  il ricordo se non passione ripetuta? Capiscimi bene.
ESIODO. Che vuoi dire?
MNEMSINE. Voglio dire che tu sai cos' vita immortale.
ESIODO. Quando parlo con te mi  difficile resisterti. Tu hai veduto le cose all'inizio. Tu sei l'ulivo, l'occhiata e la nube. Dici un nome, e la cosa  per sempre.
MNEMSINE. Esiodo, ogni giorno io ti trovo quass. Altri prima di te ne trovai su quei monti, sui fiumi brulli della Tracia e della Pieria. Tu mi piaci pi di loro. Tu sai che le cose immortali le avete a due passi.
ESIODO. Non  difficile saperlo. Toccarle,  difficile.
MNEMSINE. Bisogna vivere per loro, Esiodo. Questo vuol dire, il cuore puro.
ESIODO. Ascoltandoti, certo. Ma la vita dell'uomo si svolge laggi tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze.  un fastidio alla fine, Melete. C' una burrasca che rinnova le campagne n la morte n i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d'ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d'estate quest' il vivere che taglia le gambe, Melete.
MNEMSINE. Io vengo da luoghi pi brulli, da burroni brumosi e inumani, dove pure si  aperta la vita. Tra questi ulivi e sotto il cielo voi non sapete quella sorte. Mai sentito cos' la palude Boibeide?
ESIODO. No.
MNEMSINE. Una landa nebbiosa di fango e di canne, com'era al principio dei tempi, in un silenzio gorgogliante. Gener mostri e di di escremento e di sangue. Oggi ancora i Tssali ne parlano appena. Non la mutano n tempo n stagioni. Nessuna voce vi giunge.
ESIODO. Ma intanto ne parli, Melete, e le hai fatto una sorte divina. La tua voce l'ha raggiunta. Ora  un luogo terribile e sacro. Gli ulivi e il cielo d'Elicona non son tutta la vita.
MNEMSINE. Ma nemmeno il fastidio, nemmeno il ritorno alle case. Non capisci che l'uomo, ogni uomo, nasce in questa palude di sangue? e che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il pi futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.
ESIODO. Tu parli, Melete, e non posso resisterti. Bastasse almeno venerarti.
MNEMSINE. C' un altro modo, mio caro.
ESIODO. E quale?
MNEMSINE. Prova a dire ai mortali queste cose che sai.
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Gli di.
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Il monte  incolto, amico. Sull'erba rossa dell'ultimo inverno ci son chiazze di neve. Sembra il mantello del centauro. Queste alture sono tutte cos. Basta un nonnulla, e la campagna ritorna la stessa di quando queste cose accadevano.
Mi domando se  vero che li hanno veduti.
Chi pu dirlo? Ma s, li han veduti. Han raccontato i loro nomi e niente pi  tutta qui la differenza tra le favole e il vero. "Era il tale o il tal altro", "Ha fatto questo, ha detto quello". Chi  veritiero, si accontenta. Non sospetta nemmeno che potranno non credergli. I mentitori siamo noi che non abbiamo mai veduto queste cose, eppure sappiamo per filo e per segno di che mantello era il centauro o il colore dei grappoli d'uva sull'aia d'Icario.
Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L'incredibile spicco delle cose nell'aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati sul cielo, fossero di fin dall'inizio.
Non sempre queste cose sono state sui monti.
Si capisce. Ci furono prima le voci della terra le fonti, le radici, le serpi. Se il demone congiunge la terra col cielo, deve uscire alla luce dal buio del suolo.
Non so. Quella gente sapeva troppe cose. Con un semplice nome raccontavano la nuvola, il bosco, i destini. Videro certo quello che noi sappiamo appena. Non avevano n tempo n gusto per perdersi in sogni. Videro cose tremende, incredibili, e nemmeno stupivano. Si sapeva cos'era. Se mentirono quelli, anche tu allora, quando dici " mattino" o "vuol piovere", hai perduto la testa.
Dissero nomi, questo s. Tanto che a volte mi domando se furono prima le cose o quei nomi.
Furono insieme, credi a me. E fu qui, in questi paesi incolti e soli. C' da stupirsi che venissero quass? Che altro potevano cercarsi quella gente se non l'incontro con gli di?
Chi pu dire perch si fermarono qui? Ma in ogni luogo abbandonato resta un vuoto, un'attesa.
Nient'altro  possibile pensare quass. Questi luoghi hanno nomi per sempre. Non rimane che l'erba sotto il cielo, eppure l'alito del vento d nel ricordo pi fragore di una bufera dentro il bosco. Non c' vuoto n attesa. Quel che  stato,  per sempre.
Ma son morti e sepolti. Adesso i luoghi sono come erano prima di loro. Voglio concederti che quello che hanno detto fosse vero. Che cos'altro rimane? Ammetterai che sul sentiero non s'incontrano pi di. Quando dico " mattino" o "vuol piovere", non parlo di loro.
Questa notte ne abbiamo parlato. Ieri parlavi dell'estate, e della voglia che ti senti di respirare l'aria tiepida la sera. Altre volte discorri dell'uomo, della gente che  stata con te, dei tuoi gusti passati, d'incontri inattesi. Tutte cose che furono un tempo. Io, ti assicuro, ti ho ascoltato come riascolto dentro me quei nomi antichi. Quando racconti quel che sai, non ti rispondo "cosa resta?" o se furono prima le parole o le cose. Vivo con te e mi sento vivo.
Non  facile vivere come se quello che accadeva in altri tempi fosse vero. Quando ieri ci ha preso la nebbia sugli incolti e qualche sasso rotol dalla collina ai nostri piedi, non pensammo alle cose divine n a un incontro incredibile ma soltanto alla notte e alle lepri fuggiasche. Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell'ora arrischiata.
Di questa notte e delle lepri sar bello riparlare con gli amici quando saremo nelle case. Eppure di questa paura ci tocca sorridere, quando pensassimo all'angoscia della gente di un tempo cui tutto quello che toccava era mortale. Gente per cui l'aria era piena di spaventi notturni, di arcane minacce, di ricordi paurosi. Pensa soltanto alle intemperie o ai terremoti. E se questo disagio fu vero, com' indiscutibile, fu anche vero il coraggio, la speranza, la scoperta felice di poteri di promesse d'incontri. Io, per me, non mi stanco di sentirli parlare dei loro terrori notturni e delle cose in cui sperarono.
E credi ai mostri, credi ai corpi imbestiati, ai sassi vivi, ai sorrisi divini, alle parole che annientavano?
Credo in ci che ogni uomo ha sperato e patito. Se un tempo salirono su queste alture di sassi o cercarono paludi mortali sotto il cielo, fu perch ci trovarono qualcosa che noi non sappiamo. Non era il pane n il piacere n la cara salute. Queste cose si sa dove stanno. Non qui. E noi che viviamo lontano lungo il mare o nei campi, l'altra cosa l'abbiamo perduta.
Dilla dunque, la cosa.
Gi lo sai. Quei loro incontri.
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FINE.